mercoledì 29 luglio 2009

Addio Tenebra, ripartono le indagini

di Benny Calasanzio

Ci sono voluti 17 anni, la testa di un sostituto procuratore come Luca Tescaroli e l’arrivo di un nuovo procuratore capo a Caltanissetta per far riaprire le vecchie indagini e farne decollare di nuove sulle stragi del 1992 ed in particolare su quella che coinvolse il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Eddie Walter Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina, Agostino Catalano e Vincenzo Li Muli. Il Consiglio Superiore della Magistratura, caduto in un evidente errore di valutazione, forse tradito dal viso angelico e rassicurante di Sergio Lari, lo aveva nominato procuratore capo di Caltanissetta nel dicembre del 2007. Salvatore Borsellino, il giorno dopo la nomina, aveva commentato, sottovoce, con pochi intimi: «questa volta è quella buona. Lari è una persone in gamba, per bene e determinato ad andare fino in fondo». Previsione mai fu più azzeccata. In meno di due anni, assieme agli aggiunti Domenico Gozzo e Amadeo Burtone, e ai sostituti Nicolò Marino e Stefano Lucanici, Lari è riuscito a riaprire le vecchie indagini e ad avviarne di nuove che si candidano seriamente a fornire risposte sconvolgenti sulla morte dei due giudici, che pare essere stata, quantomeno, favorita dagli apparati deviati dello Stato, ammesso che in quel periodo ce ne fossero di retti. La notizia che, nell’indagine sui presunti depistaggi orditi durante le investigazioni sulla strage di Via d’Amelio, sarebbero stati iscritti nel registro degli indagati uomini dei servizi segreti e addirittura poliziotti del gruppo investigativo «Falcone Borsellino», dimostra di che pasta è fatto il pool peraltro già preso di mira da alcuni corvi: buon segno. Dopo le nuove dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, ora anche Salvatore Candura sta tornando indietro, dicendo di essere stato convinto a mentire e ad accusarsi della paternità del furto dell’auto poi bomba proprio dal gruppo di poliziotti, che avrebbero agito per chiudere in fretta le indagini e il dibattimento. Dichiarazioni così pesanti da mettere in discussione tre gradi di giudizio bollati anche dalla Cassazione. Molti lo pensano, pochi lo dicono, ma il leit-motiv che gira è: bisognava aspettare che Giovanni Tinebra, ex Procuratore a Caltanissetta, fosse mandato, durante il governo Berlusconi 2001, a dirigere il Dipartimento amministrazione penitenziaria, che tra le altre cose si occupa dello svolgimento dei compiti inerenti all'esecuzione della misura cautelare della custodia in carcere (compresa l’attuazione del 41 bis), delle pene e delle misure di sicurezza detentive, delle misure alternative alla detenzione, per far ripartire le indagini a Caltanissetta? La risposta stai nei fatti che non necessitano di commenti. Lo stesso Tinebra che scrisse e chiese di firmare al giudice Tescaroli un provvedimento di archiviazione, nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri, nell’indagine sui mandanti occulti, completamente assolutorio. Provvedimento che naturalmente Tescaroli, giunto con le sue indagini a tutt’altra convinzione, non firmò, preferendo mantenere la «sua» durissima archiviazione che gli costò una probabile croce sulla carriera. A tirare in ballo Tinebra nell’ultimo periodo è anche il magistrato Alfonso Sabella, affidabile cacciatore di mafiosi. In un intervista all’Unità, Sabella solleva inquietanti interrogativi su Tinebra, per sbaglio o per dolo chiamato dai più Tenebra, in particolare riguardo la pratica adottata dai mafiosi di «dissociarsi» da cosa nostra, cioè di pentirsi singolarmente per usufruire di una minima parte di benefici ma di non fare nomi. Tinebra a Caltanissetta ne era un agguerrito difensore, un atteggiamento che certo non si addice a chi vorrebbe sfruttare i collaboratori di giustizia per scardinare i clan e per penetrare nei rapporti mafia politica. Quando Sabella si oppone alla dissociazione di Biondino, legatissimo a Riina, il suo ufficio viene soppresso proprio da Tinebra che intanto aveva sostituito al Dap Caselli. «Molto tempo dopo si scopre ed è tutt’ora oggetto di un’inchiesta della procura di Roma che il magistrato che Tinebra ha messo al mio posto al Dap collaborava proprio con il Sisde di Mori nella gestione definita anomala di alcuni detenuti e aspiranti collaboratori di giustizia» ha spiegato Sabella. Un quadro fin troppo chiaro che a distanza di anni fa rimpiangere il lavoro di Luca Tescaroli: se non ci fosse stato Tenebra forse oggi qualcosa sarebbe diverso, anche in politica, probabilmente. Ora che Tenebra non c’è più, e che con lui anche le nebbie sulle responsabilità esterne a cosa nostra si stanno diradando, vedremo cosa accadrà. Intanto a Palermo i sostituti Ingroia e Di Matteo stanno facendo un lavoro magistrale sul figlio di don Vito Ciancimino; inchiesta che va di pari passo con le indagini di Caltanissetta. Quello che tutti ci chiediamo è: cacceranno prima Ingroia e Di Matteo o Lari e il suo pool? Le scommesse serviranno a pagare il vitalizio dei primi eliminati.

martedì 28 luglio 2009

Caso De Magistris: Luigi Apicella lascia la Magistratura. "L' ANM mi ha lasciato solo".


Addita le responsabilità dell’Anm che “non ha lanciato nessun allarme” e punta il dito contro le istituzioni, il giornalismo e la politica "che parimenti non hanno lanciato alcun allarme sui gravissimi fatti compiuti da magistrati (quelli di Catanzaro) per corruzione in atti giudiziari e falso che avevano, tra l'altro, tolto con procedure illegittime al magistrato inquirente (l'ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris ora parlamentare europeo), la trattazione di due gravissimi procedimenti penali". Con queste parole, affidate ad una lettera inviata al capo dello Stato e al ministro della Giustizia, l’ex procuratore di Salerno Luigi Apicella si è dimesso poche ore fa dalla magistratura. Una rinuncia all’incarico "con effetto immediato ad essere trattenuto in servizio fino al settantacinquesimo anno di età".Apicella, che per oltre 45 anni ha svolto l’attività di magistrato “con lealtà, abnegazione, trasparenza e libero di condizionamenti nel rispetto delle leggi per assicurare la giustizia ai cittadini", come lui stesso ha spiegato, ha ricordato l’”eccezionale impegno profuso dai magistrati della Procura della Repubblica di Salerno sotto la mia direzione anche in complesse indagini di criminalità organizzata di stampo camorristico, in maxi inchieste per reati contro la Pubblica Amministrazione". Un impegno "che ha ricevuto costantemente conforto nelle competenti sedi di giudizi anche di legittimità". Così come era accaduto per l’ordinanza del Tribunale del Riesame di Salerno che aveva giudicato perfettamente legittimo il discusso decreto di sequestro probatorio emesso lo scorso dicembre nell’ambito del cosiddetto “Caso de Magistris”. Al quale era seguito il controsequestro della procura di Catanzaro all’origine di quella che giornalisticamente, in modo totalmente errato e strumentale, era stata definita “guerra tra procure”."Questi eccellenti risultati – ha proseguito Apicella nella sua lettera - apprezzati anche dal procuratore nazionale Antimafia, dalle istituzioni, dalla stampa e dai cittadini, non hanno evitato che mi venisse inflitta una sanzione che inclina la mia fiducia nella giustizia. Non è questa la sede per discutere dei provvedimenti assunti dai miei colleghi di ufficio e da me, né per dolermi delle decisioni assunte nei nostri confronti, dei quali ciascuno rende conto innanzitutto alla propria coscienza umana e professionale, ma che comunque forniscono un quadro dell'attuale stato della giustizia in Italia. Tuttavia dalla valutazione dell'intera vicenda non posso non rilevare come non ci sia stato alcun allarme da parte del magistrati dell'Anm, né delle istituzioni, né del giornalismo, né della politica; né all'epoca dell'esecuzione dei sequestri; né in questi ultimi otto mesi su gravissimi fatti ampiamente ricostruiti e documentati nelle oltre 1.400 pagine 'dell'incriminato provvedimento di sequestro". Apicella ha ancora sottolineato di non potersi meravigliare “di come non vi sia stato allarme da parte dell'Anm e delle istituzioni sulla circostanza che alcuni di questi magistrati hanno continuato a trattare e gestire dopo il 2 dicembre 2008 coi procedimenti penali. Né posso non dolermi sull'adozione nei miei confronti di una sanzione così grave (sospensione dalle funzioni e dallo stipendio), pur non essendo indagato di gravi reati, come corruzione e falso, ma essendomi prodigato come dovevo per le funzioni esercitate per verificare la commissione di questi gravi delitti". "Sereno per aver sempre compiuto il mio dovere – ha concluso - nonostante le difficoltà incontrate come in questo caso, orgoglioso per aver ispirato ed assicurato nei cittadini fiducia nella giustizia, così come testimoniato da tanti messaggi, ma deluso dal silenzio dell'Associazione Nazionale Magistrati e dalle istituzioni su fatti allarmanti e dal trattamento ricevuto dopo essermi impegnato per accertare tali fatti, ritengo di esprimere la mia profonda amarezza lasciando la magistratura".La decisione dell’ex procuratore di Salerno è stata commentata dallo stesso Luigi de Magistris, già pm a Catanzaro e ora parlamentare europeo, che ha definito le dimissioni di Apicella un grande successo per la criminalità organizzata “grazie al contributo di questo Consiglio Superiore della Magistratura”. La decisione del magistrato, ha spiegato il deputato dell’Idv, arriva dopo che questi “era stato fermato dal CSM in quanto indagava, insieme ad altri magistrati, sui poteri forti e sulla masso-mafia presente anche in magistratura”. In Europa, ha concluso, “porteremo anche la vergogna di un CSM piegato a logiche di potere inaccettabili”.

martedì 21 luglio 2009

"lo hanno ammazzato loro"

Dal blog
http://verraungiorno.blogspot.com/
di Federico Elmetti

Innanzitutto i miei più vivi complimenti a David Parenzo, giornalista di Telelombardia e conduttore ieri sera di una memorabile puntata di Iceberg, intitolata "Mafia: le verità nascoste". Presenti in studio il figlio di Vito Ciancimino, l'avvocato Gaetano Pecorella, Nando Dalla Chiesa, Gianluigi Nuzzi di Panorama, autore di "Vaticano S.P.A." e in collegamento da Roma Luigi Li Gotti e Giuseppe lo Bianco, autore de "L'agenda rossa di Paolo Borsellino". Ne è emersa una discussione pacata e profonda tra personaggi competenti che ha sviscerato senza alcuna titubanza e in un colpo solo tutti quegli argomenti rigorosamente tabù che sono accuratamente evitati dalla televisione nazionale pubblica e privata.Si è parlato in piena libertà della trattativa tra stato e mafia a cavallo delle stragi di Capaci e Via D'Amelio, si è parlato del ruolo dei servizi segreti, si è parlato del Castel Utveggio da cui probabilmente è stato azionato il comando che ha fatto saltare in aria Borsellino e la sua scorta, si è parlato di infiltrazioni mafiose nella politica, si è parlato di Salvo Lima e Ignazio Salvo esponenti mafiosi della corrente andreottiana in Sicilia, si è parlato di pezzi deviati dello stato, si è parlato della copertura offerta alla latitanza di Provenzano, del ruolo poco chiaro dei Ros, del generale Mori e del colonnello Obinu, si è parlato dell'agenda rossa, del capitano dei carabinieri Arcangioli con la borsa in mano e dell'indagine archiviata, si è parlato di Nicola Mancino e del suo incontro del 1 luglio con Paolo Borsellino, si è parlato delle confessioni di Brusca e Mutolo, si è parlato degli intrecci pericolosi tra mafia e Vaticano, del ruolo dello Ior nel riciclaggio di denaro sporco, della protezione offerta dal Vaticano a Vito Ciancimino, dei conti segreti cifrati di Andreotti, si è parlato dei banchieri di Dio, Calvi e Sindona, si è parlato dell'omicidio Ambrosoli, si è parlato dell'arcivescovo Marcinkus, si è parlato perfino dei memoriali del pentito Vincenzo Calcara diffusi sul suo sito da Salvatore Borsellino.Mi verrebbe da dire: Parenzo è impazzito. Come mai, tutto d'un colpo, una piccola emittente privata (in realtà, nemmeno troppo piccola) trova la forza di affrontare argomenti che in tutti questi anni sono sempre stati appositamente nascosti dai media di massa? Sfido chiunque si cibi solo di televisione a dirsi al corrente anche solo di uno dei temi sopra citati. Solo la rete e alcuni libri di inchiesta contengono informazioni in proposito. Per chi già conosceva i fatti deve essere stata una bella boccata d'ossigeno di informazione libera. Per chi ne era all'oscuro, una bella doccia ghiacciata da far rabbrividire. Ancora complimenti vivissimi.Il punto è che, per la prima volta dopo diciassette lunghissimi anni, qualcosa sembra smuoversi. Quelli che erano stati solo sospetti cominciano ad assumere contorni ben definiti. Le denunce lanciate dai soliti noti, gli eroi dell'antimafia militante, tacciati di protagonismo e di "complottismo acuto", cominciano a risultare assolutamente credibili e a poggiare su basi ben solide. Una concomitanza di avvenimenti ha cominciato a smuovere le acque, anzi la melma che ricopre quei lontani mesi del '92-'93 che alcuni vorrebbero subdolamente dimenticare e relegare all'oblio.E' successo che a Caltanissetta si è insediato come procuratore generale Sergio Lari e come per incanto sono ripartite le indagini sulle stragi, insabbiate e abbandonate da tempo. E' successo che da qualche mese si è messo a cantare Massimo Ciancimino, il figlioccio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, che parla della trattativa tra mafia e stato mediata da suo padre, facendo nomi e cognomi. E' successo che da qualche mese è in corso il processo a carico del generale Mori e del colonnello Obinu, indicati come coloro che materialmente portarono avanti la trattativa tra Riina e lo stato e sono accusati di aver coperto la latitanza di Bernardo Provenzano. E' successo che da qualche mese ha iniziato a parlare un nuovo pentito, Gaspare Spatuzza, che, ribaltando le verità processuali confermate dalla Cassazione, si autoaccusa e dice di aver rubato lui (e non Vincenzo Scarantino) la macchina riempita di tritolo con cui si è sventrato il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. Succede che Spatuzza è ritenuto assolutamente attendibile dai magistrati (Ingroia e Di Matteo) che lo stanno ascoltando e quindi si profila la revisione di tutti i processi che avevano messo una pietra sopra la strage di Via D'Amelio (Borsellino uno, bis e ter). Succede che Totò Riina, dopo sedici anni e mezzo dalla cattura, torna a parlare in via ufficiale facendo pervenire ai giornali un messaggio inquietante per tramite del suo avvocato Luca Cianferoni: "L'hanno ammazzato loro". Dove per "lo" si intende Paolo Borsellino e per "loro" si intende lo Stato.E lo fa il giorno della diciassettesima commemorazione della strage di Via d'Amelio.Basterebbe quest'ultima (evidentemente voluta) coincidenza per far tremare i polsi e far capire come si stia giocando, nel silenzio totale dell'informazione nazionale, una partita delicatissima tra mafia e istituzioni, in un rincorrersi di confessioni, minacce, intimidazioni, smentite di facciata, messaggi più o meno criptici, ora che la verità sulle stragi di quegli anni sembra quanto mai vicina. Una verità che rischierebbe di stravolgere dalle fondamenta lo stato democratico in cui viviamo e che per questo fa una paura tremenda.Sarebbe curioso se, come la Prima Repubblica crollò sotto l'inchiesta di Mani Pulite e la Seconda nacque nel sangue delle stragi, così quest'ultima crollasse sotto le indagini su quelle stesse stragi e desse il via ad una Terza Repubblica, quella che sognava Paolo Borsellino, ripulita del "puzzo del compromesso morale" e delle stantie collusioni mafiose. Una specie di legge universale del contrappasso.Ciò che crea sconcerto sono le reazioni del mondo istituzionale ad un tale susseguirsi di avvenimenti e dichiarazioni.Partiamo dalla manifestazione di tre giorni indetta da Salvatore Borsellino e dal comitato cittadino 19luglio1992 tenutasi a Palermo dal 18 al 20 luglio. Sono giunte centinaia di persone da tutta Italia. Persone comuni della società civile, che si sono pagate di tasca propria il biglietto dell'areo, del treno o del pullman per essere presenti di persona in Via D'Amelio, armate solo di una simbolica agenda rossa e di tanta tanta rabbia. Hanno percorso sotto il sole feroce di un luglio siciliano i quattro chilometri in salita che congiungono Via D'Amelio al Castel Utveggio che domina Palermo. Hanno presidato per ore via D'Amelio ascoltando ed applaudendo gli interventi di Salvatore e Rita Borsellino, Luigi De Magistris, Giulio Cavalli, Gioacchino Genchi e tanti altri ragazzi provenienti da varie regioni d'Italia. Hanno appeso striscioni, hanno camminato in processione, hanno vegliato sul teatro della strage. Il tutto da soli. Lasciati incredibilmente soli. Traditi perfino dalle cosiddette associazioni antimafia, che hanno preferito disertare l'appello di Salvatore e commemorare (chissà perchè: forse per invidie meschine, forse per concorrenza) in altre sedi e in altri luoghi. Traditi dai Palermitani che, come ha denunciato dal palco Salvatore, hanno preferito andare al mare, tradendo quella promessa fatta diciassette anni prima, quando cacciarono a calci dalla cattedrale di Palermo i rappresentanti delle istituzioni presenti ai funerali del fratello.Ma soprattutto è stata sconcertante l'assenza dello Stato. Ed è stata una vittoria grandiosa di Salvatore. Nessuno uomo politico ha osato avvicinarsi quest'anno, ed è la prima volta da diciassette anni a questa parte, all'ulivo piantato in Via D'Amelio "per celebrare i loro riti di morte e assicurarsi che Paolo sia veramente defunto". Non ha osato metterci piede il ministro della giustizia Angelino Alfano, forse ricordandosi di essere stato sorpreso a presenziare al matrimonio della figlia del boss mafioso Santacroce: ha mandato solo un messaggio. Non ha osato metterci piede il presidente del senato Renato Schifani, forse ricordandosi di aver messo su una società con il noto mafioso Nino Mandalà e aver fatto parte del consiglio comunale di Villabate sciolto due volte per infiltrazioni mafiose: ha mandato solo un messaggio. Ma non ha osato metterci piede nemmeno il capo dello stato Giorgio Napolitano. Eppure lui non aveva scuse: ha mandato solo un messaggio. Per la prima volta nemmeno una corona di fori è stata posta in via D'Amelio. "Le corone di fiori andate a metterle sulle tombe dei vostri eroi", così recitava uno striscione legato ad una lapide posticcia di Vittorio Mangano.Non per niente però Napolitano ha prontamente commentato le esternazioni di Totò Riina e ha liquidato il tutto con una battuta: "Le rivelazioni rese note nei giorni scorsi a proposito di una pista che porterebbe al coinvolgimento di apparati dello Stato nelle stragi di mafia del 1992 in cui persero la vita, fra gli altri, i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sono più o meno senzazionalistiche e provengono da soggetti, diciamo così, piuttosto discutibili". Io non so se il nostro presidente della repubblica si rende conto che "queste rivelazioni sensazionalistiche" sono state confermate dai principali procuratori che stanno in questi giorni indagando sulle stragi. Di trattativa tra stato e mafia e di interessi collimanti tra Cosa Nostra e pezzi delle istituzioni nelle stragi del '92 hanno parlato esplicitamente sia Antonio Ingoria, procuratore a Palermo, che Sergio Lari, procuratore a Caltanissetta. Ma soprattutto esiste una sentenza col timbro della Cassazione, relativa al processo Borsellino Bis, in cui si parla chiaramente di "mandanti occulti ed esterni a Cosa Nostra", su cui ancora non si è riusciti a far luce. Napolitano sembra ignorare tutto questo. Ma non è una sorpresa. Il 13 dicembre 2008, con beata impudenza, ebbe già a dichiarare che "non esistono nè fascicoli segreti nè misteri al Viminale".A che gioco sta giocando Napolitano? Chi sta cercando di coprire?Probabilmente sta cercando di coprire il suo vice, Nicola Mancino, vicepresidente del CSM. Un altro che farebbe meglio a tacere piuttosto che perdersi in ridicole quanto patetiche giustificazioni. Esiste un pentito, Gaspare Mutolo, che racconta come Paolo Borsellino, che lo stava interrogando il 1 luglio del 1992, ricevette una chiamata dal ministro Nicola Mancino. Esiste un testimone oculare, l'allora procuratore di Palermo Antonio Aliquò, che accompagnò Borsellino fin sulla porta del Viminale. Ma soprattutto esiste l'agenda grigia dello stesso Paolo Borsellino su cui è segnata distintamente l'ora esatta dell'incontro col ministro: ore 19:30. Quell'incontro è lo snodo fondamentale di tutta la vicenda. In quell'incontro, verosimilmente venne prospettata a Borsellino la possibilità di scendere a patti con Cosa Nostra per fermare le stragi. Il suo ovvio rifiuto avrebbe coinciso con la sua condanna a morte.Mancino non ricorda quell'incontro, ma mai l'ha negato. Si è sempre nascosto dietro risibili giustificazioni: "non sapevo che faccia avesse Borsellino", "era il mio primo giorno di insediamento al Viminale", "perchè dovrei nascondere l'incontro?", "cosa ci saremmo dovuti dire?" e via dicendo. Ripeto: più adduce simili motivazioni, più la sua posizione appare a dir poco opaca. Allo stesso modo, fino a poco tempo fa, aveva sempre negato categoricamente che fosse esistita una trattativa con la mafia. Il 16 gennaio 2009 così dichiarava: "Escludo in maniera netta e categorica che lo Stato abbia trattato con esponenti della mafia. Ignoro le 'assunte trattative' che comunque avrei fermamente osteggiato, tra gli uomini del Ros e il signor Ciancimino tese a far accantonare da parte della mafia l'offensiva contro lo Stato". Per la serie: io non c'ero e, se c'ero, dormivo. Oggi, a distanza di pochi mesi, Mancino invece conferma che la trattativa c'è stata e il governo ha detto immediatamente no: "Noi l'abbiamo sempre respinta. L'abbiamo respinta anche come semplice ipotesi di alleggerimento dello scontro con lo Stato portato avanti dalla mafia".E' confortante vedere che, piano piano, incalzato dalle scoperte delle varie procure d'Italia, Mancino recuperi un po' della sua memoria e lasci trapelare cose di cui, si capisce, sa molto di più di quanto vorrebbe far credere. Tra un po', molto probabilmente, Mancino verrà chiamato da una delle quattro procure che stanno indagando ancora sulle stragi (Palermo, Caltanissetta, Roma e Firenze) come persona informata sui fatti e a quel punto dovrà parlare, non potrà continuare a cincischiare. Massimo Ciancimino l'ha tirato in ballo esplicitamente come terminale istituzionale della trattativa. Riina l'ha tirato in ballo, chiedendo come facesse a sapere della sua cattura quattro giorni prima dell'arresto. Mutolo l'ha tirato in ballo, come abbiamo visto.Una cosa è certa, ormai. La trattativa c'è stata, è iniziata prima della strage di Via D'Amelio ed è continuata almeno fino alla cattura di Riina (15 gennaio 1993). Fino a prova contraria, Mancino, per tutto quel lasso di tempo, è stato il ministro dell'interno. Vuole davvero farci credere che il generale Mori, incaricato di trattare con Riina per tramite di Vito Ciancimino, operasse all'insaputa del Ministero dell'Interno? E, se davvero è così, per conto di chi e di quali pezzi deviati dello Stato operava Mori?I casi sono due: o Mancino mente spudoratamente ed è quindi colluso, o dice la verità ed è quindi un allegro sprovveduto che non dovrebbe ricoprire incarichi tanto delicati. In entrambi i casi, avrebbe solo una cosa da fare: dimettersi dal Csm e dire tutto quello che sa.Le rivelazioni di Massimo Ciancimino sono delle bombe a orologeria pronte a scoppiare. C'è solo da attendere chi innesterà la miccia. A partire dalle parole che il padre gli rivolse il giorno della strage di Via D'Amelio per annunciargli la morte di Paolo Borsellino. Disse Vito Ciancimino: "Mi sento un po' responsabile".Ecco, io non vorrei che tra un po', a pronunciare quelle esatte parole, siano uomini che ora siedono nei piani più alti della nostra disgraziata repubblica.

venerdì 10 luglio 2009

Processo Dell'Utri: Il Pg chiede di sentire Massimo Ciancimino

di Lorenzo Baldo - 10 luglio 2009Palermo.

La lettera ritrovata qualche giorno fa tra le carte “dimenticate” del processo contro Massimo Ciancimino, il figlio del più noto Vito, potrebbe essere acquisita al processo d’appello a carico del senatore Marcello Dell’Utri.
Già condannato, in primo grado, a nove anni di reclusione con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.Il testo della missiva scritta a mano, incompleta perché strappata nella parte superiore, potrebbe “dimostrare la continuità dei rapporti intercorsi tra l’imputato Dell’Utri e Cosa Nostra siciliana”, come ha dichiarato in aula, questa mattina, il procuratore generale Antonino Gatto. Che nel corso dell’udienza tenuta di fronte alla Corte presieduta da Claudio Dall’Acqua ha chiesto, oltre all’acquisizione del documento, la possibilità di sentire lo stesso Massimo Ciancimino.Mentre ha depositato due verbali di interrogatorio dello stesso Ciancimino Jr. risalenti agli scorsi 30 giugno e 1° luglio. Nei verbali si legge che la lettera fu ritirata da lui personalmente presso il villino di San Vito Lo Capo di Pino Lipari alla presenza di Bernardo Provenzano. E che era indirizzata al dottore Dell’Utri. Una volta presa la missiva, della quale dovrebbe aver conservato una copia integrale, Ciancimino la avrebbe consegnata al padre in carcere, che avrebbe dovuto fornire “la propria consulenza, il proprio parere”, spiega Gatto, “e farla avere ad una terza persona che egli non nomina”. In quanto al triste evento menzionato nel documento, il dichiarante ricorda bene che si sarebbe trattato dell’uccisione di un figlio di Berlusconi.Nella lettera si legge infatti: “… posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive”.La decisione della Corte in merito all’acquisizione arriverà soltanto dopo l’estate, e precisamente il 17 di settembre, cosa che farà slittare la requisitoria il cui inizio era previsto proprio per questa mattina.“Nel corso degli interrogatori verbalizzati il 30 giugno e il 1° luglio – ha spiegato Gatto – il dichiarante ha parzialmente modificato alcune sue dichiarazioni ed ha affermato: ‘E’ una cosa più grande di me’.”

venerdì 3 luglio 2009

Le carte sparite di Ciancimino confermano: Cosa Nostra minacciava Berlusconi

di Giorgio Bongiovanni e Silvia Cordella - 3 luglio 2009

“Parte di foglio A4 manoscritto contenente richieste all’on. Berlusconi di mettere a disposizione una delle sue reti televisive”. Pena, in caso di rifiuto, un “luttuoso evento”. Questa la frase contenuta in un foglio di carta trasmesso dai pm della Procura di Palermo alla Corte di Appello che sta processando Massimo Ciancimino, già condannato a 5 anni e 8 mesi per aver usato e riciclato i soldi provenienti dal tesoro occulto di suo padre. La missiva è stata depositata oggi alla Procura Generale, dopo quattro anni di ritardo, in seguito al suo recente ritrovamento da parte dell’ufficio del Pubblico Ministero (rappresentato dal sostituto Nino Di Matteo e dall’aggiunto Antonio Ingroia), che sta raccogliendo le nuove dichiarazioni di Massimo Ciancimino. Il foglietto infatti, contenente le richieste estorsive e le minacce a Berlusconi, strappato nella sua parte alta, era stato sequestrato durante la perquisizione dei carabinieri nel febbraio del 2005 nella casa del figlio più piccolo di don Vito, quattro mesi prima del suo arresto. Acquisito nel suo processo in abbreviato, il documento relativo alle minacce a Silvio Berlusconi, era poi finito in fondo a qualche cassetto, probabilmente deposto perché ritenuto irrilevante. Ora, sul contenuto della lettera ritrovata dai magistrati, Di Matteo e Ingroia hanno avviato subito un’indagine e una perizia calligrafica. Quest’ultima in particolare escluderebbe possa trattarsi di una lettera vergata da Vito e Massimo Ciancimino. Sembra invece, come riporta l’Ansa, che a scriverla “possa essere stato un uomo di fiducia di Totò Riina che lo avrebbe girato a Bernardo Provenzano, e a sua volta lo avrebbe fatto arrivare al suo amico fidato, Vito Ciancimino. Il quale avrebbe avuto il compito di far giungere l’ambasciata a persone che sarebbero state vicine a Berlusconi”. Se ciò fosse vero potremmo essere davanti al concreto indizio probatorio sul collegamento diretto tra Berlusconi e Cosa Nostra di cui parlavano i pentiti e al riscontro sulle conclusioni a cui era giunto il Gip Giovanbattista Tona nel decreto di archiviazione nei confronti di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri nell’inchiesta sulle stragi del ’92. Emergenze investigative che parlavano dei rapporti diretti tra la Fininvest e la mafia e tra Dell’Utri e con la stessa associazione criminale. Contatti che “il gruppo Fininvest, nella sua progressiva espansione nel settore televisivo”, avrebbe coltivato al fine di incorporare “tra l’aprile e il novembre del 1991 ben cinque società che avevano sede a Palermo”. Una circostanza che avrebbe reso “plausibile che "cosa nostra", ..... non rimanesse inerte dinanzi all’avanzare di una realtà imprenditoriale di quelle proporzioni, perlopiù facente capo ad un gruppo nel quale si muovevano soggetti già considerati facilmente avvicinabili in forza di pregressi rapporti”. Circostanze che, alla luce del documento sequestrato nel 2005 (che i periti datano 1991), assumono nuovo vigore investigativo ma che suscitano inquietanti perplessità circa la sottovalutazione o la dimenticanza da parte degli addetti ai lavori di una prova dalle caratteristiche probatorie oggettivamente importanti. Documenti che si sarebbero dovuti depositare nel procedimento di secondo grado a carico di Ciancimino Junior. Un testimone di molte verità scomode di cui oggi si stanno occupando coraggiosamente due professionisti degni dei loro mentori Falcone e Borsellino, i pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia che siamo certi andranno fino in fondo.Per questo motivo e per la delicatezza di certe indagini ci auspichiamo che lo Stato non si tiri indietro e faccia tutto ciò che è necessario, oggi più che mai, per tutelare la vita di un testimone di giustizia del calibro di Massimo Ciancimino che concretamente sta collaborando a far luce su alcuni delicati capitoli oscuri della storia della nostra nazione a partire dalle stragi del biennio ’92 – ’93, fino ad arrivare ai rapporti tra mafia e politica e tra mafia e Istituzioni.