domenica 23 agosto 2009

Il megalomane e lo stratega. Progetti d'autunno


Redazionale di Antimafiaduemila - 19 agosto 2009

Se la lotta alla mafia non fosse una questione “terribilmente seria”, come diceva Giovanni Falcone, e se non avessero perso la vita “i nostri figli” come ricorda senza sosta Giovanna Maggiani Chelli nei suoi accorati comunicati in cerca di giustizia, si potrebbe perfino cedere alla tentazione di farsi una bella risata. Silvio Berlusconi, il nostro presidente del Consiglio, ahinoi, tra le tanti ragioni per cui probabilmente passerà comunque alla storia ha scelto proprio l’unica che poteva risparmiarsi: sconfiggere la mafia. E ammesso che non sia del tutto uscito di senno, c’è da scommettere che in questo suo freudiano outing si nasconda più di un motivo.Il primo è molto semplice: riportare la consapevolezza del fenomeno mafioso all’anno zero, facendo credere agli italiani ipnotizzati dai suoi effetti speciali che la mafia sia una questione di guardie e ladri, di criminalità spicciola che si risolve solo con l’esercito e le carceri. Ci aveva già provato Mussolini e forse qualche fascista nostalgico è rimasto convinto che il duce abbia sconfitto la mafia, salvo poi richiamare in fretta e furia Cesare Mori, il prefetto di ferro, quando era andato a ficcare il naso nel cuore del potere di Cosa Nostra: la politica e gli affari.Ecco qui il problema: Cosa Nostra, la mafia, ma anche le altre nostrane produzioni, ‘ndrangheta e Camorra, vivono da secoli per i loro legami a doppio filo con la politica, con l’imprenditoria e con alcuni pezzi delle istituzioni deviate e/o corrotte. “Il nodo è politico”, ripeteva sempre il povero Borsellino già sbiadito a un mese esatto dall’anniversario della strage di via d’Amelio. “Ibridi connubi tra criminalità organizzata, centri di potere occulto e settori devianti dello stato hanno la responsabilità di aver tentato persino di condizionare il libero svolgimento della democrazia e di aver ispirato crimini efferati”, diceva Giovanni Falcone, il grande amico di tutti, ricordato per ciò che fa comodo tranne per le sue accuse specifiche e taglienti.Il secondo possibile motivo, dicevamo, ci sarebbe probabilmente sfuggito se non fosse arrivato, sempre via stampa, un corposo indizio. Marcello Dell’Utri, braccio destro e sinistro di Berlusconi, già condannato a nove anni e mezzo di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, ha dichiarato di voler proporre, non appena ricominceranno le attività parlamentari, una commissione d’inchiesta sulle stragi del ’92. Insomma – ha spiegato al Riformista - si parla di trattativa tra stato e mafia ed è il caso di vederci chiaro. E siamo d’accordo! E’ ora di sapere chi assieme a Cosa Nostra ha assassinato Falcone, Borsellino, la dottoressa Morvillo e gli agenti delle loro scorte. Considerato però che tra i primi ad essere indagati come possibili mandanti esterni della strategia stragista sono stati proprio loro: Berlusconi e Dell’Utri, alfa e beta, le dichiarazioni di oggi 19 agosto 2009 suonano quanto meno inquietanti. E se il premier è noto per le sparate, il suo “mediatore con Cosa Nostra” è da prendere più sul serio. Un po’ come Riina e Provenzano, uno megalomane e l’altro stratega. Di colpo si svegliano e vogliono combattere la mafia, proprio adesso che stanno emergendo dichiarazioni e documenti che quella trattativa potrebbero dimostrarla, proprio adesso che si potrebbero scoprire le vere finalità di quel progetto di morte che ha cambiato i connotati politici e non solo alla nostra Repubblica. Chissà quante escort, canzonette, telenovelas, ballerine, eredità, divorzi, sexy e spy story bisognerà inventarsi per coprire quello che è il vero enorme scandalo italiano: il vincolo mafia, politica e imprenditoria che tiene sotto ricatto l’emancipazione democratica dell’Italia.
l'articolo contiene anche stralci delle motivazioni della sentenza che condanna Marcello Dell’Utri a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa e l’archiviazione di Berlusconi e Dell’ Utri come mandanti esterni delle stragi QUI il link per accedere all'articolo

mercoledì 5 agosto 2009

Sabella: ''Patto mafia-Stato? Potevamo scoprire tutto 10 anni fa''

di Nicola Biondo - 25 luglio 2009 (da l'Unità)





Il patto tra stato e mafia? Chi ha lavorato come me da magistrato in Sicilia lo ha visto nel corso degli anni. Si è estrinsecato in mille modi... Io ne sono stato una delle vittime». Alfonso Sabella, 46 anni, ex pm della Procura di Palermo negli anni ’90, ha arrestato decine di boss latitanti di Cosa nostra: da Giovanni Brusca a Leoluca Bagarella da Pietro Aglieri a Vito Vitale.Il cacciatore di mafiosi, il giudice-sbirro, come si autodefinisce, dal suo ufficio al tribunale di Roma segue con enorme interesse le indagini dei suoi colleghi siciliani. Con un rimpianto: «Tutto quello che sta avvenendo oggi potevamo scoprirlo 10 anni fa. Abbiamo perso un occasione ma sono fiducioso».
Dottor Sabella perché questo rimpianto?«Perché che ci fu una trattativa a cavallo delle stragi di Capaci e via D’Amelio lo avevano capito anche i sassi. Ma precise volontà che hanno creato un tappo alle indagini».Si riferisce al papello a quella lista che Riina secondo alcuni testimoni avrebbe inviato allo Stato?«Anche. Questa vicenda che adesso sembra una spy-story è fatta di sangue e trattative, di cui qualcuno dovrebbe sentire il peso morale».Si riferisce al generale Mori o all’ex ministro Mancino che solo oggi ammette che la mafia provò a trattare?«Posso solo dire che avviare una trattativa embrionale dopo la strage di Capaci con i corleonesi significava mandare automaticamente un messaggio: che il metodo stragista è pagante. Anche se mi rimane un dubbio. Mi sono sempre chiesto se uomini dello stato non abbiano avvicinato emissari della mafia subito dopo il delitto Lima, due mesi prima della strage di Capaci. Quella morte è davvero uno spartiacque. Quel delitto presuppone la fine di un patto e l’avvio di una trattativa».E arriviamo a Capaci.«A via D’Amelio. Perché vede Capaci ha di eclatante solo la modalità. Tutti i mafiosi dicono che nelle riunioni preparatorie si parlava di Falcone e di uccidere i politici che avevano tradito. Ma non parlano di Borsellino come di un obiettivo preciso. È la strage del 19 luglio ad essere completamente anomala. Apparentemente il peggior affare di Cosa nostra. Riina dai colloqui che Ciancimino intratteneva aveva capito che il sangue era il mezzo con il quale arrivare ad un patto. E per favore non si dica più che fu una vendetta perché il governo aveva emanato il 41bis. Quel decreto non aveva i numeri per poter essere convertito in legge. E invece con la strage cambia tutto e si apre il carcere duro per i mafiosi».Qual è la sua idea allora?«Brusca e altri ci dicono che la fissazione di Riina era ottenere la revisione del maxiprocesso che aveva condannato all’ergastolo proprio Riina. Dal carcere davanti ai giornalisti nel 1994 il boss dice: “Perchè quando esco che ho la moglie ancora giovane”. Borsellino non avrebbe mai accettato nulla del genere. Ma vorrei aggiungere una cosa».Prego.«Con le norme attuali oggi quel processo voluto fortissimamente da Falcone e Borsellino e pochi altri si risolverebbe in una pioggia di assoluzioni. Se si fosse arrivati alla revisione con le norme attuali Riina sarebbe stato assolto».Cosa pensa dell’uscita di Riina su fatto che la strage di via D’Amelio non è cosa sua?«Forse ha capito, o qualcuno gli ha suggerito, che questo è il momento di intorbidare le acque. Non ho mai avuto dubbi che la strage sia stata messa in piedi dagli uomini più fidati di Riina. Tutto si basa sul racconto di Scarantino ma chi lo ha indotto a mettersi in mezzo? L’ho interrogato a lungo. Non gli ho dato credito nemmeno quando si accusava di omicidi. Quella strage è ideata e attuata da uomini di Riina: i Graviano e i Madonia. E serviva ad alzare il prezzo della trattativa».Poi però Riina finisce nella rete.«Certo è il sacrificio umano che Provenzano compie. È lui che dopo via D’Amelio si intesta la trattativa ma su altre basi. Basta con il sangue – dice al popolo di cosa nostra - e non impedisce al Ros, che ha ricevuto la soffiata giusta da persone legate a lui, l’arresto del suo compare Riina».È anche strano che Di Maggio, quello che ha fisicamente indicato Riina al Ros dica che Provenzano è morto e quindi è inutile cercarlo.«Mi limito a rivelare che il RoS di Mori e Subranni dall’arresto di Riina in poi non fa più un’operazione degna di questo nome».Il nuovo patto si consolida con l’arresto di Riina?«È un passaggio fondamentale ma non è l’unico. Il primo aprile 1993 c’è una riunione di tutti i capi per decidere le stragi. Provenzano ha già fatto sapere che non le vuole in Sicilia e non partecipa. La risposta di Bagarella è chiara: perché il mio paesano non se ne va in giro con un cartello al collo e ci scrive pure che lui con le stragi non c’entra”….»Si dissocia insomma.«Ecco, la parola dissociazione va di pari passo con la trattativa. E intanto Provenzano conquista la leadership e macina ricchezza. Poi nel 1997 c’è un altro indizio di questo accordo».Quale?«Il fatto che il pentito Di Maggio, gestito dal Ros, scatena una guerra contro i suoi nemici utilizzando come manovalanza mafiosi che risultano essere confidenti dello stesso Ros. E parte la polemica contro la nostra procura e i pentiti perché Di Maggio è proprio quello che ha raccontato il famoso bacio di Riina ad Andreotti. E mentre noi indaghiamo su queste vicende la Procura di Caltanissetta affida in esclusiva allo stesso Ros di Mori le indagini sui mandanti esterni delle stragi».E anche qui c’è un filo che lega molte cose. E si arriva all’altro obiettivo della trattativa. Quale?«La dissociazione di cui il capo della procura di Caltanissetta Giovanni Tinebra, tra i tanti, è convinto assertore».Di cosa si tratta?«È una vecchia idea che viene suggerita a Provenzano. I mafiosi devono fare una dichiarazione in cui si arrendono ma non sono costretti a fare i nomi dei loro complici. In compenso escono dal 41 bis ed evitano qualche ergastolo».Chi e quando la propone?«Ne aveva parlato Ilardo per primo nel 1994. Poi nel 2000 otto boss fanno sapere che vogliono dissociarsi e chiedono un legge ad hoc. Io sono al Dap. Mi oppongo a questa soluzione e con me ci sono Caselli e il ministro di allora Fassino».E finisce li?«No, perché la cosa si ripropone di nuovo nel 2001 quando scopro che questa volta sono coinvolte tutte le mafie italiane a chiedere la dissociazione e che l’ambasciatore è salvatore Biondino legatissimo a Riina. Solo che stavolta pago la mia opposizione e il mio ufficio viene soppresso proprio da Tinebra che intanto aveva sostituito al Dap Caselli. Molto tempo dopo si scopre ed è tutt’ora oggetto di un’inchiesta della procura di Roma che il magistrato che Tinebra ha messo al mio posto al Dap collaborava proprio con il Sisde di Mori nella gestione definita anomala di alcuni detenuti e aspiranti collaboratori di giustizia».In che modo ha pagato?«Sono passato alla storia non come quello che ha arrestato Brusca e gli altri ma come il torturatore di Bolzaneto.... Questa macchia mi è rimasta e il Csm, guarda caso diretto da Mancino, occulta i documenti che provavano la mia estraneità ai fatti di Genova ed emette nei miei confronti un provvedimento infamante. E fa di più: quando mi lamento di tutto questo dal Csm viene comunicata all’Ansa la notizia che mi sarei candidato nelle liste di AN. Una falsità.Quando inizia a capire di stare pagando quel no alla trattativa?«Quando vengo a sapere che i servizi, con Pio Pompa legato alla Telecom, aprono un fascicolo su di me. Era parte di un operazione che coinvolgeva anche politici e altri colleghi. Ho chiesto di essere tutelato dal Csm. Ma sono stato lasciato solo».Lei dice di essere una vittima di questo patto che Provenzano avrebbe sottoscritto con uomini dello stato in cambio di una nuova pace e molto silenzio. Secondo lei si riusciranno a trovare delle prove?«Non credo che Provenzano abbia lasciato prove. Credo che ci siano responsabilità morali in questa storia e una serie di vicende ancora da chiarire. Ma una cosa la so: con la mafia non si tratta perché nel migliore dei casi, come il messaggio di Riina dimostra, ci si pone sotto ricatto».

Giustizia per l'omicidio Agostino, un'attesa lunga 20 anni

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di Lorenzo Baldo - 5 agosto 2009
(Da Antimafia duemila)

Palermo. Dal giorno dell'omicidio di Antonino Agostino suo padre, Vincenzo, non ha più tagliato la barba. Nel momento che avrà giustizia ha detto che lo farà. Ma non ora.
20 anni fa a Villagrazia di Carini (PA) Antonino Agostino, un agente del commissariato di polizia San Lorenzo a Palermo che collaborava con il SISMI, veniva assassinato insieme a sua moglie Ida Castellucci, incinta di pochi mesi. Da quel momento per Vincenzo e sua moglie Augusta iniziava una vera e propria via crucis. Mandanti ed esecutori di quel delitto non sono stati ancora individuati. Perfino i collaboratori di giustizia non hanno dato quel contributo necessario per fare luce su questo mistero.
Il pentito Oreste Pagano è praticamente l'unico che ha fornito alcune indicazioni: <>. Misteri su misteri, così come la collaborazione di Antonino Agostino con i Servizi segreti.
Inizialmente i Servizi hanno negato che l'agente Agostino avesse svolto servizio presso il SISMI, poi nel corso degli anni, una volta avuti i riscontri necessari e soprattutto dopo che i magistrati hanno alzato il livello delle indagini sull'omicidio Agostino, i vertici dei Servizi hanno posto il “Segreto di Stato”. Il classico e impenetrabile muro di gomma di italica memoria.
Il 30 maggio dello scorso anno le agenzie di stampa hanno rilanciato la notizia che un poliziotto in pensione, Guido Paolilli, era stato indagato nell'ambito dell'inchiesta per l'omicidio di Antonino Agostino e di Ida Castellucci. L'ex poliziotto, che attualmente vive a Montesilvano (PE), aveva a suo tempo indagato sul duplice omicidio. Ufficialmente Paolilli risultava “aggregato” da Pescara alla questura di Palermo per diversi periodi nel corso degli anni Ottanta.
Di fatto Paolilli è stato accusato dai Pm palermitani Antonino Di Matteo e Domenico Gozzo di favoreggiamento aggravato e continuato in quanto avrebbe depistato le indagini favorendo la mafia.
Un'iscrizione nel registro degli indagati scattata in seguito ad una conversazione intercettata a marzo dello stesso anno nella sua casa di Montesilvano. Quella sera il televisore di Paolilli era sintonizzato su Rai 1 e stava trasmettendo la testimonianza di Vincenzo Agostino che ricordava l’esistenza di un biglietto trovato nel portafogli del figlio: “Se mi succede qualcosa – era scritto in quel pezzo di carta – andate a cercare nell’armadio di casa”. Il figlio di Paolilli aveva chiesto al padre: <> e il padre gli aveva risposto: <>.
Vincenzo Agostino aveva successivamente raccontato che un giorno Guido Paolilli, che per altro era amico di suo figlio Nino, aveva insistito per venire insieme a lui e sua moglie al cimitero. “Incalzato dalle nostre domande sulle indagini – aveva raccontato ancora il padre dell'agente ucciso – disse che la scoperta della verità non avrebbe fatto piacere. Disse pure che avrebbe fatto il possibile per mostrarci sei fogli”.
Di questi fogli però non si è saputo più nulla. In una relazione di servizio diretta ai suoi superiori e redatta ai tempi delle prime indagini Paolilli avrebbe scritto che <>. Negli atti della Squadra Mobile però risultano solo due perquisizioni. E i misteri continuano. Paolilli era tra l'altro persona di fiducia di Bruno Contrada e a suo tempo aveva testimoniato in sua difesa nel processo a suo carico. Un dettaglio decisamente non trascurabile.
Già poche ore dopo il delitto del giovane poliziotto e di sua moglie, un compagno di pattuglia di Agostino aveva presentato una relazione di servizio alla squadra mobile narrando di una confidenza ricevuta: <>.
A distanza di 20 anni dall'omicidio Agostino sulle prime pagine dei giornali si torna a parlare di “faccia da mostro”, quell'agente segreto con il viso deformato, uno dei probabili protagonisti principali della “trattativa” mafia-Stato. “Io l'ho visto l'uomo dalla faccia di mostro che tutti cercano - ha ribadito Vincenzo Agostino – quell'uomo è venuto a casa mia, voleva mio figlio. Quel tizio non è soltanto implicato nei fatti di Capaci e di via D' Amelio, ha fatto la strage in casa mia, quella in cui sono morti mio figlio Nino, mia nuora e mia nipote”. “Due persone vennero a cercare mio figlio al villino – ha specificato il padre di Nino Agostino – accanto al cancello, su una moto, c'era un uomo biondo con la faccia butterata. Per me era faccia di mostro. Quello che adesso cercano. Sono episodi agli atti”. E come dentro un puzzle l'omicidio Agostino viene incastonato in questo mosaico impastato con il sangue di magistrati, uomini delle forze dell'ordine, giornalisti, cittadini comuni. Una storia “border-line” dove il confine mafia-Stato è sempre più labile. Un confine violato consapevolmente da entrambe le parti per reciproci interessi, mentre le indagini proseguono in una lotta contro il tempo.

* Per il 20° anniversario dell'omicidio di Antonino Agostino e di Ida Castellucci gli alunni del Circolo didattico “Sperone” di Palermo hanno realizzato il libretto “Antonino Agostino – Uno dei tanti eroi che la nostra bellissima e martoriata terra, la Sicilia, ha avuto” che verrà distribuito durante la commemorazione.

lunedì 3 agosto 2009

Antimafia a parole

Di Luigi De Magistris (da l'unità del 2 luglio 2009)

Il fatto di aver espletato per circa quindici anni le funzioni di Pubblico Ministero in territori caratterizzati da una radicata e forte presenza della criminalità organizzata mi pone come osservatore privilegiato tanto da poter giungere alla conclusione che solo una parte dello Stato intende effettivamente lottare contro le mafie.La mafia, dopo la stagione delle stragi politico-mafiose degli anni 1992-1993, ha deciso di adottare la strategia politico-criminale tipica della ’ndrangheta, ossia quella di evitare il conflitto armato con esponenti delle Istituzioni e di penetrare, invece, in modo capillare, nel tessuto economico-finanziario ed in quello politico-istituzionale.L’infiltrazione nell’economia e nella finanza è talmente diffusa in tutto il territorio nazionale che le mafie contribuiscono ormai, in buona parte, al prodotto interno lordo del nostro Paese tanto da far sì che non si possa più distinguere tra economia legale ed economia illegale. Le mafie hanno enormi capitali da investire che rappresentano il provento della gestione del traffico internazionale di droga. Il riciclaggio avviene nel settore immobiliare, nelle finanziarie, nelle banche, nell’edilizia, nel commercio all’ingrosso ed al minuto, nelle società di calcio, nelle società che si occupano di ambiente, nella sanità, nei lavori pubblici; insomma, dove c’è denaro, dove c’è business, le mafie sono interessate. E quando si controllano, illegalmente, settori nevralgici dell’economia nessun cittadino può dire che si tratta di problematiche a lui estranee, che non lo riguardano direttamente: difatti, se la criminalità organizzata controlla parte del ciclo dell’edilizia si comprende perché gli edifici si frantumano alla prima scossa di terremoto; se la criminalità organizzata gestisce i traffici di rifiuti tossico-nocivi si capisce perché in Italia c’è un’emergenza ambientale e sanitaria senza uguali nell’Unione Europea. La mafia, quindi, non è un problema solo di alcune regioni del Paese, non è un fatto per addetti ai lavori. E’ un’emergenza nazionale: criminale, politica, economica, sociale e culturale.Attraverso, poi, la gestione illegale della spesa pubblica, il controllo dei finanziamenti pubblici (anche dell’Unione Europea), le mafie, in questi ultimi 17 anni in particolar modo, sono penetrate, in modo articolato e pervasivo, nella politica e nelle Istituzioni. Quando si riesce a controllare parte significativa della spesa pubblica - e mi riferisco soprattutto, in questo caso, alle regioni del Sud Italia, ma non solo - si condizionano appalti e sub-appalti in tutti i settori (ambiente, sanità, infrastrutture, informatica, formazione professionale, ecc.), si decide a chi affidare opere e lavori, quali progetti debbono essere approvati, si condiziona il mercato del lavoro decidendo insieme - criminalità organizzata, politica ed imprenditoria collusa - quali persone assumere ed alla fine si condiziona pesantemente la democrazia attraverso il voto di scambio che trova linfa con il vincolo delle appartenenze.È nella gestione illegale della spesa pubblica, soprattutto attraverso la creazione di una miriade di società miste pubblico-private, che si realizzano anche le nuove forme di corruzione: non ci sono più, infatti, le valigette dei tempi di Chiesa e Poggiolini, ma le consulenze, i progetti, i posti nelle compagini delle società miste, le assunzioni, gli incarichi. E’ anche qui che avviene l’intreccio criminale tra controllori e controllati, è in questi segmenti che si radica il rapporto collusivo tra criminalità organizzata e pezzi delle Istituzioni: politici - che hanno realizzato anche le nuove modalità di finanziamento illecito dei partiti - funzionari e dirigenti di enti pubblici, magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine e dei servizi segreti. Spesso il collante di questi segmenti deviati - non residuali, purtroppo - delle Istituzioni sono centri di potere molto influenti: logge massoniche coperte, lobby, comitati d’affari, club di servizi, strutture talvolta con ampie radici nel mondo ecclesiastico. Di fronte ad un cancro di tali dimensioni la lotta alle mafie a 360 gradi viene svolta da irriducibili: taluni magistrati ed appartenenti alle forze dell’ordine, singoli politici, esponenti della società civile. Siamo ancora troppo pochi e sotto assedio dei poteri forti e di quelli criminali. Lo Stato, nel suo complesso, invece, si accontenta del contrasto solo ad un certo «livello» di mafia: le estorsioni, il traffico di droga, gli omicidi. Quando si affronta, invece, il nodo fondamentale - quello che rappresenta la linfa vitale del sistema mafioso - i rapporti mafia-politica, mafia-economia e mafia-istituzioni, si rimane isolati: non è più lo Stato che agisce, ma servitori dello Stato.E’ su questi temi che la storia d’Italia ha conosciuto la stagione degli omicidi politico-mafiosi, è su tali intrecci criminali che si stanno consolidando quelle che si possono chiamare le morti professionali di servitori dello Stato da parte di articolazioni dello Stato stesso: si tratta delle tecniche raffinatissime di neutralizzazione dei servitori dello Stato scomodi, ingombranti, deviati ed antropologicamente diversi per il sistema mafioso. Quello che è più grave è che tali nuove strategie - per nulla estemporanee - avvengono nel silenzio e, in taluni casi, anche con il contributo di chi dovrebbe essere tra i principali alleati di coloro i quali contrastano - non con chiacchiere o passerelle politico-istituzionali - le forme più pericolose ed insidiose delle mafie: quella dei colletti bianchi del terzo millennio.Ed è su questi temi che ho trovato importanti le immediate prese di posizione congiunte, con riferimento alla lotta alle mafie, al Parlamento Europeo - nelle prime riunioni - tra parlamentari di Italia dei Valori e Partito democratico. Ed è per questo che tutte le forze democratiche del Paese debbono vigilare affinché le indagini in corso presso le Procure di Palermo e di Caltanissetta non subiscano interferenze che possono provenire non solo dalla politica, ma anche dall’interno dello stesso ordine giudiziario: non posso non ricordare che, in epoca assai recente, indagini giudiziarie molto rilevanti proprio sulla criminalità organizzata dei colletti bianchi non sono state fermate dalla mano militare dei Riina e Provenzano di ultima generazione ma dalla carta bollata del Consiglio Superiore della Magistratura che ha trovato convergenze parallele con la politica ed i poteri forti.P.s. Consiglio di leggere - a proposito di mafia e magistratura - l’intervento di Paolo Borsellino al convegno organizzato da Micromega a Palermo dopo la strage di Capaci.

sabato 1 agosto 2009

Mafia e servizi, il Copasir chiede gli atti sull'omicidio Borsellino.

di Claudia Fusani (da l'unità 31 luglio 2009)
Questa volta, pare, si fa sul serio. E il capitolo torbido dei rapporti tra Cosa Nostra e servizi segreti dovrebbe essere, finalmente, attaccato nello stesso tempo e da un doppio fronte: quello inquirente, delle procure di Caltanissetta e Palermo che hanno riaperto i fascoli di indagine sulle stragi di Capaci e via D’Amelio; e quello politico. Se la Commissione Antimafia, presidente Beppe Pisanu (pdl) ha già deliberato l’inchiesta parlamentare avvalendosi degli stessi poteri della magistratura, ieri il presidente del Copasir Francesco Rutelli ha annunciato di aver già parlato con il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e di aver dato «massima disponibilità di collaborazione a Pisanu». Scambio di informazioniSignifica che tutto quello che sarà richiesto tanto dalle procure che dalla Commissione parlamentare antimafia e che ha a che fare con l’intelligence sarà messo a disposizione. Certo, sempre che gli 007 offrano la stessa collaborazione. Che nel frattempo non spariscano indizi e riscontri importanti. O non scatti il segreto di stato. Il filone mafia e servizi è il nuovo capitolo delle inchieste in questa calda e piena di colpi di scena estate siciliana. I pm Ingroia e Di Matteo a Palermo hanno già fatto alcune richieste, direttamente ad Aisi (soprattutto) ed Aise e Dis, per sapere nomi e cognomi e l’impiego di alcuni agenti «a partire dal 1989», ben tre anni prima l’estate delle bombe contro i giudici. Lari e il pool di Caltanissetta - Gozzo, Bertone, Marino e Luciani - sono sulle tracce di un certo «signor Franco» e di un misterioso agente segreto con la faccia deforme. Un dossier di Antimafia Duemila mette in fila, dallo sbarco degli americani in Sicilia fino a oggi, tutte «le partecipazioni della mafia ad alcune delle vicende tragiche e ancora oscure che hanno scosso da sempre gli equilibri interni del nostro paese». Qualcuno ha anche chiamato Cosa Nostra «la Gladio siciliana». Falcone intervistato proprio dall’Unità dopo il fallito attentato all’Addaura, parlò di «menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia». Cominciano proprio all’Addaura certi misteri che oggi hanno fatto riaprire i fascicoli di indagine per interpellare dirattamente i servizi. Il 21 giugno 1989 cinquantotto candelotti di dinamite furono lasciati sugli scogli davanti alla villa dove Falcone trascorreva, e assai pochi lo sapevano, il tempo libero. Non esplosero e, purtroppo, l’artificiere Tumino li fece brillare cancellando ogni possibile indizio. Qui, per la prima volta, viene avvistato l’uomo con il volto sfigurato, una presenza quasi costante in molti fatti di mafia di quegli anni. Il pentito Fontana, famiglia dell’Acquasanta (dove si trova l’Addaura) racconta a verbale che quel giorno mentre i mafiosi sorvegliavano la zona, fu visto un gommone avvicinarsi agli scogli con la borsa piena di candelotti. Un testimone casuale, piccolo delinquente di zona, Paolo Gaeta, fu ucciso poco dopo. Storia archiviata, un regolamento di conti.L’uomo con «la faccia brutta» viene avvistato anche un paio di mesi dopo quando ammazzano il poliziotto Nino Agostino, cacciatore di latitanti. Omicidio senza colpevoli. Il padre poi raccontò che «poco prima dell’omicidio vennero a casa mia due colleghi di Nino, uno aveva una faccia orribile». Il 19 marzo 1990 viene trovato strangolato Emanuele Piazza,anche lui poliziotto, anche lui cacciatore di latitanti collaboratore però del Sisde. Luigi Ilardo, un confidente dei carabinieri ucciso nel 1996, disse che «quei candelotti erano stati messi dai servizi segreti». L’uomo con la faccia brutta compare anche accanto a don Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo, il contatto con i corleonesi, l’uomo della trattativa, vera o presunta, con lo stato. Lo racconta adesso ai magistrati il figlio Massimo, nell’ultimo periodo assai prodigo di annunci e rivelazioni. Parla di un certo «signor Franco» e anche di un certo «Carlo», «l’uomo che garantiva mio padre che dietro la trattativa avviata con gli ufficiali dei carabinieri c’era un personaggio politico». Poi ci sono tutti gli intrecci telefonici tra mafiosi e utenze del Sisde che il consulente Gioacchino Genchi (sentito dai pm nisseni il 16 aprile scorso) riscontra nelle indagini sulla strage Borsellino. Infine Bruno Contrada, l’ex numero 1 del Sisde a Palermo, condannato per mafia. Gli indizi sono tanti. Vanno saputi leggere tutti insieme. Poteva accadere prima. Accadrà adesso?