sabato 1 agosto 2009

Mafia e servizi, il Copasir chiede gli atti sull'omicidio Borsellino.

di Claudia Fusani (da l'unità 31 luglio 2009)
Questa volta, pare, si fa sul serio. E il capitolo torbido dei rapporti tra Cosa Nostra e servizi segreti dovrebbe essere, finalmente, attaccato nello stesso tempo e da un doppio fronte: quello inquirente, delle procure di Caltanissetta e Palermo che hanno riaperto i fascoli di indagine sulle stragi di Capaci e via D’Amelio; e quello politico. Se la Commissione Antimafia, presidente Beppe Pisanu (pdl) ha già deliberato l’inchiesta parlamentare avvalendosi degli stessi poteri della magistratura, ieri il presidente del Copasir Francesco Rutelli ha annunciato di aver già parlato con il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e di aver dato «massima disponibilità di collaborazione a Pisanu». Scambio di informazioniSignifica che tutto quello che sarà richiesto tanto dalle procure che dalla Commissione parlamentare antimafia e che ha a che fare con l’intelligence sarà messo a disposizione. Certo, sempre che gli 007 offrano la stessa collaborazione. Che nel frattempo non spariscano indizi e riscontri importanti. O non scatti il segreto di stato. Il filone mafia e servizi è il nuovo capitolo delle inchieste in questa calda e piena di colpi di scena estate siciliana. I pm Ingroia e Di Matteo a Palermo hanno già fatto alcune richieste, direttamente ad Aisi (soprattutto) ed Aise e Dis, per sapere nomi e cognomi e l’impiego di alcuni agenti «a partire dal 1989», ben tre anni prima l’estate delle bombe contro i giudici. Lari e il pool di Caltanissetta - Gozzo, Bertone, Marino e Luciani - sono sulle tracce di un certo «signor Franco» e di un misterioso agente segreto con la faccia deforme. Un dossier di Antimafia Duemila mette in fila, dallo sbarco degli americani in Sicilia fino a oggi, tutte «le partecipazioni della mafia ad alcune delle vicende tragiche e ancora oscure che hanno scosso da sempre gli equilibri interni del nostro paese». Qualcuno ha anche chiamato Cosa Nostra «la Gladio siciliana». Falcone intervistato proprio dall’Unità dopo il fallito attentato all’Addaura, parlò di «menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia». Cominciano proprio all’Addaura certi misteri che oggi hanno fatto riaprire i fascicoli di indagine per interpellare dirattamente i servizi. Il 21 giugno 1989 cinquantotto candelotti di dinamite furono lasciati sugli scogli davanti alla villa dove Falcone trascorreva, e assai pochi lo sapevano, il tempo libero. Non esplosero e, purtroppo, l’artificiere Tumino li fece brillare cancellando ogni possibile indizio. Qui, per la prima volta, viene avvistato l’uomo con il volto sfigurato, una presenza quasi costante in molti fatti di mafia di quegli anni. Il pentito Fontana, famiglia dell’Acquasanta (dove si trova l’Addaura) racconta a verbale che quel giorno mentre i mafiosi sorvegliavano la zona, fu visto un gommone avvicinarsi agli scogli con la borsa piena di candelotti. Un testimone casuale, piccolo delinquente di zona, Paolo Gaeta, fu ucciso poco dopo. Storia archiviata, un regolamento di conti.L’uomo con «la faccia brutta» viene avvistato anche un paio di mesi dopo quando ammazzano il poliziotto Nino Agostino, cacciatore di latitanti. Omicidio senza colpevoli. Il padre poi raccontò che «poco prima dell’omicidio vennero a casa mia due colleghi di Nino, uno aveva una faccia orribile». Il 19 marzo 1990 viene trovato strangolato Emanuele Piazza,anche lui poliziotto, anche lui cacciatore di latitanti collaboratore però del Sisde. Luigi Ilardo, un confidente dei carabinieri ucciso nel 1996, disse che «quei candelotti erano stati messi dai servizi segreti». L’uomo con la faccia brutta compare anche accanto a don Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo, il contatto con i corleonesi, l’uomo della trattativa, vera o presunta, con lo stato. Lo racconta adesso ai magistrati il figlio Massimo, nell’ultimo periodo assai prodigo di annunci e rivelazioni. Parla di un certo «signor Franco» e anche di un certo «Carlo», «l’uomo che garantiva mio padre che dietro la trattativa avviata con gli ufficiali dei carabinieri c’era un personaggio politico». Poi ci sono tutti gli intrecci telefonici tra mafiosi e utenze del Sisde che il consulente Gioacchino Genchi (sentito dai pm nisseni il 16 aprile scorso) riscontra nelle indagini sulla strage Borsellino. Infine Bruno Contrada, l’ex numero 1 del Sisde a Palermo, condannato per mafia. Gli indizi sono tanti. Vanno saputi leggere tutti insieme. Poteva accadere prima. Accadrà adesso?

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