giovedì 10 giugno 2010

Il superpoliziotto La Barbera era un agente dei Servizi

Attilio Bolzoni su La Repubblica del 09 Giugno 2010

Per almeno due anni fu una "fonte" del Sisde. Nome in codice "Catullo". Per ora non ci sono legami tra i buchi neri delle inchieste e il doppio ruolo del poliziotto. Possibili ripercussioni sulle indagini per gli attentati all'Addaura e a Paolo Borsellino
C'è una relazione riservata che è finita fra le carte delle stragi siciliane. E' la fotocopia di un fascicolo dei servizi segreti, una scheda intestata alla "fonte Catullo". Sotto il nome in codice, c'è anche il nome vero del personaggio sotto copertura: Arnaldo La Barbera, capo della squadra mobile di Palermo a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta e poi a capo del "Gruppo Falcone-Borsellino", il pool di investigatori che per decreto governativo ha investigato sulle uccisioni dei due magistrati. Questa è l'ultima informazione arrivata dall'Aisi (l'Agenzia per la sicurezza interna) ai procuratori di Caltanissetta che indagano su Capaci e via Mariano D'Amelio, ed è anche l'informazione che potrebbe dare una sterzata decisiva a tutte le inchieste sui massacri di mafia avvenuti in quella stagione in Sicilia. Arnaldo La Barbera, morto di cancro nel settembre del 2002, fama di funzionario integerrimo, un duro catapultato nella prima settimana di agosto del 1988 in una Palermo rovente soffocata dai sospetti e dai veleni, in realtà era al soldo del Sisde con una regolare retribuzione registrata nel fascicolo spedito qualche settimana fa agli inquirenti siciliani. Un'anomalia - capo della mobile di Palermo e "fonte Catullo" - che forse porterà a inseguire altre tracce sulle stragi. A cominciare dall'autobomba che ha fatto saltare in aria Borsellino e a finire al fallito attentato dell'Addaura.
Per il momento non c'è alcun collegamento - preciso, documentato - fra i buchi neri delle indagini sui massacri e la scoperta della "fonte Catullo", lo scenario che però si apre con l'entrata in scena di La Barbera agente segreto è di quelli molto inquietanti.
A svelare l'esistenza della scheda e del doppio incarico di Arnaldo la Barbera sono stati due giornalisti, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, che ne L'Agenda Nera - un saggio che sarà in libreria domani (Chiarelettere, pagg 464, euro 15) - ricostruiscono come sono state taroccate le indagini su via D'Amelio. Un capitolo è dedicato ai "depistaggi di Stato". Ed è lì che si svela l'identità della "fonte Catullo". Chi ha indagato sugli assassini di Paolo Borsellino - e ha incastrato il falso pentito Vincenzo Scarantino, quello smentito diciassette anni dopo da Gaspare Spatuzza - risultava nel 1986 e nel 1987, quindi nei due anni precedenti al suo arrivo a Palermo, un agente sotto copertura. Se la circostanza è assai strana di per sé (perché un poliziotto, anzi un superpoliziotto, avrebbe dovuto ricevere degli "extra" dal servizio segreto? e quali notizie di polizia giudiziaria avrebbe dovuto rivelare all'intelligence?), ancora più complicato e cupo è il contesto in cui questa informazione scivola. E' quello della strage Borsellino. Indagine che è parzialmente da rifare, con un pezzo del processo già definito in Cassazione che va verso la revisione.Le ultime investigazioni hanno accertato che il pentito Scarantino, voluto a tutti i costi da Arnaldo La Barbera come l'autore del furto di quell'auto che poi servì a uccidere Borsellino, mentiva. E mentiva probabilmente per sviare le indagini. L'interrogativo che si pongono oggi i magistrati: Vincenzo Scarantino è stato incastrato per un'ansia da prestazione, per trovare subito un colpevole oppure è stato "costruito" a tavolino per insabbiare ogni altra indagine sugli assassini del procuratore?La scoperta della "fonte Catullo" riporta anche ad un'altra vicenda: quella sul fallito attentato all'Addaura. Una nuova inchiesta ha capovolto la scena del crimine: quel giorno - il 21 giugno 1989 - sugli scogli c'era un pezzo di Stato che voleva Falcone morto e un altro pezzo che l'ha salvato. Da una parte boss e agenti dei servizi che piazzarono l'ordigno, dall'altra i poliziotti Nino Agostino ed Emanuele Piazza che scoprirono quello che stava accadendo e riuscirono a sventare l'attentato. Dopo un mese e mezzo l'agente Agostino fu ucciso (Emanuele Piazza fu strangolato nove mesi dopo) e la squadra mobile di Palermo seguì per anni un'improbabile "pista passionale". Un altro depistaggio. Cominciato la stessa notte dell'omicidio con una perquisizione a casa del poliziotto ucciso. Qualcuno entrò nella sua casa e portò via dall'armadio alcune carte che Agostino nascondeva. Quel qualcuno era l'ispettore di polizia Guido Paolilli, ufficialmente in servizio alla questura di Pescara ma spesso "distaccato" a Palermo e "a disposizione" di La Barbera. Scendeva in Sicilia in missione segreta - come la sera che perquisì la casa dell'agente Agostino e fece sparire gli appunti - senza lasciare mai traccia della sua presenza nell'isola. Qualche mese fa una microspia ha registrato la sua voce mentre raccontava al figlio: "In quell'armadio di Agostino c'erano carte che ho distrutto".

venerdì 27 novembre 2009

''non attacchi ma verita' giudiziarie''

26 novembre 2009
Giovanna Maggiani Chelli
Associazione Tra I Familiari delle Vittime di Via dei Georgofili

Ci permettiamo con tutto rispetto di ricordare al Ministro Calderoli, che il Magistrato Gabriele Chelazzi è morto di fatica cercando la verità sulle stragi... ...del 1993, che non è assolutamente vero che solo ora a 16 anni di distanza nel 2009, si cerca di dare alle vittime una giustizia completa. Con grande fatica da parte dei Magistrati e con grande sollecitazione da parte nostra durante questi 16 anni, si è cercato di arrivare in fondo ad una partita grave per la democrazia di questo Paese.Ci domandiamo cosa pensavano i Ministri di questa Repubblica, mentre chiedevamo continuamente giustizia se oggi pensano che è tardi per averla?Le stragi non cadono mai in prescrizione e se nel corso degli anni, su sollecitazione anche dei familiari delle vittime che vogliono seppellire i loro morti che non hanno pace, le Procure lavorano, ben venga il loro lavoro.Siamo totalmente schierati dalla parte del procuratore Nazionale Antimafia, sappiamo bene quale fu il rischio del magistrato oggi PNA di questa Repubblica, quando Giovanni Brusca voleva ucciderlo. 
Bene vangano i pentimenti, le collaborazioni con la giustizia da parte di soggetti che sanno cosa avvenne in Italia nel 1993, altrimenti per noi sarebbe persa ogni speranza. Sono i nostri figli Signor Ministro che sono morti, e non abbiamo bisogno di sentire attacchi così indegni verso un Magistrato come Pietro Grasso, ma di verità giudiziarie.
Cordiali saluti

martedì 17 novembre 2009

Sui beni confiscati alla mafia

da Il Fatto Quotidiano del 17 novembre 2009
di Stefano Caselli

Nell’anatomia mafiosa, i punti più sensibili sono sicuramente le tasche. Toccarle infastidisce non poco. È non è un caso che tra i punti del supposto papello, l’elenco delle richieste di Cosa nostra alla base della trattativa con lo Stato per porre fine alla stagione delle stragi dei primi anni 90, figuri in bella evidenza l’abolizione della legge Rognoni-La Torre del 1982. Quel testo, che introduce nell’ordinamento il reato di associazione mafiosa, stabilisce anche l’istituto del sequestro dei beni alle persone indiziate, qualora esista una sproporzione evidente con il reddito dichiarato, fino alla confisca, nel caso in cui l’interessato non sia in grado di dimostrare la provenienza lecita di tale bene. La legge 109 del 1996, che consente l’utilizzo a fini sociali dei beni confiscati alle mafie, ha creato – dalle cooperative di Libera Terra (il marchio che contraddistingue i prodotti biologici coltivati e lavorati sui terreni sottratti alle organizzazioni mafiose) fino alla casa del Jazz di Roma – centinaia di piccoli e grandi capolavori che alle tasche delle mafie hanno fatto molto male. L’emendamento alla Finanziaria approvato dal Senato (che impone la vendita dei beni confiscati in caso di mancata assegnazione entro 90 giorni) ha un deciso sapore di anestetico per quelle tasche, pronte ad alleggerirsi senza grossi problemi per tornare in possesso del “bentolto”. “Nessuna semplificazione – dichiara Luigi Ciotti, presidente di Libera – ma questo emendamento è l’ennesimo segnale che qualcosa non va. Da una parte, oltre al grande lavoro ogni giorno portato avanti da magistratura e forze dell’ordine, assistiamo ad affermazioni di principio di grande valore (e ci sono apprezzabilissime norme di contrasto alla criminalità organizzata anche in questa Finanziaria), dall’altra registriamo piccoli e grandi sbriciolamenti dell’attività di contrasto alle mafie: lo scudo fiscale, la questione delle intercettazioni, il mancato scioglimento del comune di Fondi, prima vera prova di una normativa più aspra contro le infiltrazioni mafiose nelle amministrazioni pubbliche, e – infine – questo pessimo emendamento”. “Nessuno nega che ci possano essere eccezioni - prosegue don Ciotti - , ma il principio della legge va salvaguardato, perché il fine principale del riutilizzo a scopo sociale dei beni confiscati è, prima di tutto, l’accompagnamento delle vittime della mafia e dei testimoni di giustizia”. “Fino ad oggi – racconta Davide Pati di Libera – i beni immobili confiscati alla criminalità organizzata sono quasi novemila. Oltre la metà già destinati a Stato e comuni per essere restituiti alla cittadinanza sotto varie forme, una piccola parte (313) sono usciti dalla gestione del Demanio per revoca della confisca. Ne rimangono oltre tremila ancora da assegnare”. E su questi – e ovviamente su tutti i casi futuri – cadrebbe la scure dell’emendamento del governo, se la Camera confermerà quanto deciso in Senato: “Non esistono stime precise – ancora Davide – ma, riguardo ai beni già assegnati, posso dichiarare che nel novanta per cento dei casi (se non di più) sono sempre trascorsi ben più di novanta giorni tra la data della confisca e quella dell’assegnazione”. In pratica la legge 109 rischia il totale disinnesco. E nel dimenticatoio del Parlamento giace il testo di un’altra Finanziaria: “Quella del 2006 – ricorda Luigi Ciotti – prevedeva il riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati ai corrotti”. Una norma di cui si sono perse le tracce da oltre tre anni.

venerdì 23 ottobre 2009

"CONTROMAFIE" SFIDA IL GOVERNO:NON CI SIAMO

DA OGGI A ROMA

di Stefano Caselli


Non è un papello, di quelli che – per usare le parole di Paolo Borsellino pronunciate poco prima di morire – puzzano “di compromesso morale, di indifferenza, contiguità”. È un Manifesto “dal fresco profumo di libertà”. Esiste dal 2006, magari conservato in qualche cassetto a Montecitorio. È il primo Manifesto finale di Contromafie ovvero “Gli stati generali dell’Antimafia”, che a Roma – da oggi fino a domenica – celebra la sua 2/a edizione. Un elenco di 20 punti che – oltre ad orientamenti per le centinaia di associazioni che lavorano per allontanare l’Italia dalle metastasi mafiose – contiene precise richieste alla politica, perché lo Stato assuma “la lotta alle mafie come priorità nazionale”. Il Manifesto finì nelle mani di Prodi e Bertinotti; e sembra un secolo fa. Che fine hanno fatto quelle proposte? A che punto è la lotta alle mafie in Italia? “Pur tra mille difficoltà – dichiara Luigi Ciotti, presidente di Libera – non è mai venuto meno l’impegno di magistratura e forze dell’ordine, come dimostrano i numeri dei boss arrestati e dei beni confiscati. Alcune delle richieste formulate nel 2006 sono state recepite, penso all’impegno in favore dei testimoni di giustizia”. Ma le note positive terminano qua: “Basta confrontare – prosegue Ciotti – l’elenco delle proposte con la realtà di oggi per affermare che non ci siamo. Chiedevamo l’introduzione nel codice penale del delitto contro l’ambiente che non è stata ancora approvata, mentre le ecomafie fanno affari d’oro, come dimostra l’affondamento della navi ad opera della ‘ndrangheta. Auspicavamo una nuova legge antidroga e osserviamo l’esplosione del consumo di cocaina, droghe sintetiche e il ritorno dell’eroina. Raccomandavamo una rete di sostegno per le vittime della tratta e ci troviamo di fronte al respingimento di chi fugge e al reato di immigrazione clandestina. Proponevamo norme contro il riciclaggio ed è stata decisa l’ennesima sanatoria per il rientro dei capitali esportati illecitamente”. Più drastico Giuseppe Lumia, ex presidente della Commissione Antimafia: “Si è fatto molto poco in questi tre anni, ci sono cose che la politica continua ostinatamente a respingere”. Gli stati generali dell’Antimafia si aprono all’Auditorium di Roma con il saluto di Napolitano e si concluderanno con un secondo Manifesto. “Il messaggio di Contromafie – dichiara Lorenzo Frigerio, coordinatore dell’evento – è che non basta ribadire una volontà di contrasto al potere mafioso, vanno anche indicate le strade da seguire perché i favori diventino diritti e le illegalità siano vinte dalla legge”.

giovedì 15 ottobre 2009

Ingroia: "Verità a un passo. Ma non tutti la vogliono"




Alessandra Ziniti (da La Repubblica, 15 ottobre 2009)

PALERMO - Ad un passo dalla verità sulla stagione delle stragi negli anni Novanta e ad un passo dal "papello", la prova di quella trattativa tra Stato e Cosa nostra della quale, un mese dopo la strage di Capaci, Paolo Borsellino sarebbe venuto a conoscenza, accelerando così probabilmente la sua morte.
Sono ore decisive per i magistrati di Palermo e Caltanissetta che hanno riaperto le indagini sugli attentati del '92 e sulla trattativa e che ieri pomeriggio hanno interrogato negli uffici romani della Dia l'ex capo degli Affari penali del ministero di Grazia e giustizia Liliana Ferraro. Sarebbe stata proprio lei ad informare Paolo Borsellino di quell'iniziativa di Don Vito Ciancimino, pronto - per il tramite dei vertici dei carabinieri del Ros - ad intavolare una trattativa per chiudere la stagione stragista in cambio di una serie di iniziative legislative a favore di Cosa nostra. Circostanza che la Ferraro avrebbe ieri confermato al procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, al procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e al sostituto Domenico Gozzo arricchendo di particolari il ricordo consegnato ad "Anno zero" dall'allora Guardasigilli Claudio Martelli. E proprio Martelli stamattina sarà chiamato dagli stessi pm a riferire le circostanze ricordate a 17 anni di distanza e smentite nei giorni scorsi dall'ex capitano del Ros Giuseppe De Donno che ha negato di aver mai parlato con la Ferraro dell'iniziativa di Ciancimino.
Bocche cucite dei pm al termine dell'interrogatorio della Ferrario, ma poche ore prima a Firenze, al Forum nazionale contro la mafia, il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia aveva affermato di essere "nell'anticamera della verità, vicini quindi a capire cosa avvenne prima e durante l'epoca stragista voluta da Cosa nostra, se ci furono - e soprattutto tra chi - contatti tra i boss e lo Stato. Come nella stagione 1996-1998. E come allora il clima politico cambia, diventa difficile. Non tutta l'Italia vuol sapere la verità".
I magistrati sarebbero anche ad un passo dal famoso "papello", l'elenco di richieste avanzate da Totò Riina ai rappresentanti dello Stato che il figlio di Don Vito, Massimo Ciancimino, ha promesso di consegnare. "Una serie di risultanze - ha detto Ingroia - ci fanno credere che il "papello" esiste. Sapremo presto se riusciremo a venirne in possesso. Se si dovesse trovare questo sarebbe la prova tangibile che la trattativa fra mafia e Stato non solo è esistita ma anche iniziata". I verbali delle audizioni rese nel '93 da coloro che nella stagione delle stragi erano ai vertici delle istituzioni, da Martelli all'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, verranno riletti dai pm alla luce delle nuove circostanze riferite solo ora. "Quello che è unico in questi mesi - ha detto Ingroia - è che per una serie di coincidenze un fascio di luce ha fatto sì che tra i protagonisti istituzionali di quella stagione ciascuno ha messo a fuoco ricordi evidentemente messi da parte. Ed è importante utilizzare i nuovi ricordi, togliere le ombre gettate sulla verità dai tanti "non ricordo" - dice Ingroia - . Il "papello" metterà un punto fermo: e sarà l'inizio, e non la fine, delle indagini".

mercoledì 14 ottobre 2009

Quel dialogo fra Cosa nostra e lo Stato

Norma Ferrara (liberainformazione.org, 12 ottobre 2009)

Solo pochi giorni fa ai microfoni di "Annozero" Claudio Martelli, Ministro della Giustizia negli anni delle stragi, racconta: Borsellino sapeva della trattativa. Dice di essere stato illuminato dalle parole di Massimo Ciancimino sul dialogo fra mafia e Stato e di aver cosi ricordato che l'allora direttore degli affari penali del Ministero, Liliana Ferraro, in occasione del trigesimo della strage di Capaci avrebbe avvertito Borsellino del contenuto di una visita ricevuta dal capitano De Donno. De Donno avrebbe riferito della disponibilità dell'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino ad aprire un canale di comunicazione con Cosa Nostra se avesse ricevuto una copertura politica. Nel gennaio del 1993 Salvatore Riina viene arrestato e il giornalista Maurizio Torrealta di Rainews 24 descrive attraverso il racconto del capitano Ultimo l'arresto del latitante numero uno di Cosa nostra. In quelle pagine non c'è traccia di questa trattativa fra mafia e Stato che portò anche all'arresto del boss corleonese. Nel 2002 Torrealta pubblica in un altro libro intitolato "La Trattativa" il resto di quel racconto. Lo abbiamo sentito per parlare con lui di questa inchiesta e della riapertura delle indagini sulle stragi di Capaci e via d'Amelio.
Dopo aver scritto dell'arresto di Riina lei pubblica nel 2002 "La Trattativa". Da quale spunto investigativo riparte la sua analisi di quel tragico biennio di stragi?Solo alcuni anni dopo l'intervista al capitano che arrestò Riina mi resi conto che le cose che mi aveva raccontato erano solo quelle che lui mi aveva voluto raccontare, quelle che aveva voluto vedere. E soprattutto mi resi conto di quello che mi aveva taciuto: la trattativa. Fu invece intorno alla seconda metà degli anni novanta che iniziai a leggere la sentenza del processo per la strage di via dei Gergofili, nella quale, senza alcuna ambiguità, si parlava di una trattativa portata avanti dal capitano De Donno e dal colonnello Mario Mori. I due violando i compiti cui erano preposti: quelli di contrastare cosa nostra, in quegli anni, incontrarono Ciancimino e provarono a trattare con Provenzano, non si sa per conto di chi. La trattativa avrebbe avuto successo solo se fosse stata tenuta segreta all'opinione pubblica e agli altri organi investigativi. Intorno a questa trattativa di cui noi conosciamo soltanto alcune fasi ci sono anche una serie di episodi molto strani. Non ultimi, ma questa è solo una mia opinione, la morte di Gabriele Chelazzi, Pm che stava seguendo le indagini sulla trattativa e l'apparente suicidio della direttrice del carcere di Sulmona, Armida Miserere. Il mio lavoro d'inchiesta cominciò quindi dalla lettura degli atti di Firenze ma anche dalla richiesta di archiviazione del magistrato Antonio Ingroia "Sistemi Criminali". L'inchiesta, nonostante fosse riportata in una richiesta di archiviazione, conteneva al suo interno elementi oggettivi di estremo interesse di cui non potevamo essere a conoscenza mentre accadevano.Quali elementi?Primo. Le stragi erano state annunciate, almeno un paio di volte. La prima volta da Elio Ciolini, un neofascista, già condannato per diffamazione che aveva inviato una lettera al giudice Leonardo Grassi, annunciando l'inizio di una stagione di stragi in Italia. Ciolini in questa e in una seconda arrivata dopo l'omicidio di Salvo Lima, precisa che queste decisioni erano state prese in alcune riunione tenutesi in Croazia. La strage di Capaci inoltre venne annunciata 48 ore prima da una piccola agenzia di stampa, Repubblica, vicina ai Servizi segreti. A scriverlo con ogni probabilità fu in un articolo Vittorio Sbardella, secondo uomo di fiducia di Andreotti, per annunciare che ci sarebbe stato un "botto" che avrebbe modificato l'andamento delle elezioni. Sbardella è interessante anche per le cose che scrisse dopo l'omicidio Lima intorno al cosiddetto "pericolo Golpe". Dopo l' arresto di Rina all'inizio del 93 seguirono una serie mai vista prima di episodi strani: attentati contro chiese e palazzi fiorentini e romani, fatti in luoghi di potere molto specifici, non quelle dei partiti ma luoghi simbolo del potere, delle istituzioni e della massoneria.Massoneria, poteri forti e equilibri politici internazionali fanno da sfondo al biennio stragista. Ma non solo. Nella sua inchiesta lei si occupa anche della nascita e del ruolo dei movimenti secessionisti nel Paese. Perché?Grazie ad un lavoro straordinario della Digos nel nostro Paese sono stati ricostruiti alcuni scenari all'epoca sconosciuti. All'inizio degli anni '90 nacquero diverse organizzazioni, una sorta di Leghe del sud. In una di queste comparivano persino Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, neofascista pluriindagato. Viene da pensare che ci fossero nuovi equilibri politici in bilico e ci fosse l'interesse di qualcuno oltre atlantico a creare più un' Europa delle regioni che delle nazioni. Questo progetto non si è poi sviluppato ma questa ricerca di nuovi equilibri è rimasta e la trattativa è poi avvenuta su un altro versante: quello della ricerca di una situazione politica che garantisse Cosa nostra, messa in difficoltà dal maxi processo. Siamo negli anni novanta infatti, le condizioni internazionali cambiano, è crollata l'Urss e il nemico comunista è stato sconfitto. In quel periodo Cosa nostra percepisce che le forze che avevano utilizzato gli enormi capitali di cui disponeva, per fini politici contro il comunismo, stavano per essere cancellate dal panorama politico, come dire: il loro ruolo terminava li. Così diventò importante attirare l'attenzione con azioni capaci di arrivare anche al di là dell'Atlantico per garantire la sopravvivenza di Cosa nostra.Quali gli elementi nuovi emersi dopo il 2002 data della pubblicazione de "La Trattativa", ad oggi?La strage di via d'Amelio è stata completamente riletta. Si è scoperto che le confessioni di un pentito sono state inquinate, fatte ad arte per sviare tutte le indagini mentre adesso ci sono nuovi collaboratori di giustizia cheraccontano come si è sviluppata questa strage, il coinvolgimento dei servizi segreti. Ma anche la trattativa. Per anni si era concentrata l'attezione sull'uomo di fiducia di Riina, il medico Antonino Cinà. Sembra che abbiano avuto un ruolo altri uomini politici già condannati per associazione mafiosa e senatori della Repubblica. Ci sono nuove indagini anche se devono emergere ancora elementi chiari e precisi tali da poter dire con certezza...Beh, un nome circola da mesi, da dichiarazioni di pentiti e in ultimo anche dalla voce di Massimo Ciancimino nell'ultima puntata di Annozero. Si tratterebbe di Marcello dell'Utri...Ciancimino può fare questo nome, noi dobbiamo attendere riscontri precisi.Prima ricordava della rilettura di Via d'Amelio... qual è stato il ruolo, se c'è stato, dei servizi segreti nelle stragi?Ci sono prove della loro presenza nella strage di Capaci ma soprattutto in quella di via d'Amelio, ovvero quella che sembra davvero inverosimile possa essere stata organizzata da Cosa Nostra. Per varie ragioni ma soprattutto perché avviene in un momento in cui sono in via d'approvazione pesanti leggi antimafia e non poteva esservi mossa più dannosa per Cosa nostra che alzare il tiro contro lo Stato. Su via d'Amelio ricordo personalmente le parole del pentito Salvatore Cancemi, quando gli chiesi di questa strage mi disse: "non parlo" e disse delle altre mezze frasi che lasciavano intendere era opera di "menti raffinatissime".I pentiti, siciliani, calabresi, pugliesi, parlano di quegli anni anche quando decidono di non spingersi oltre alcuni episodi. Quella che sembra rimanere in silenzio è la politica. Perché?A questo proposito cito un episodio significativo che riguardava l'allora Ministro Scotti, accaduto durante il processo per la strage di via dei Gergofili. Gli inquirenti chiesero al Ministro come mai "si fosse addormentato da Ministro degli interni e risvegliato Ministro degli esteri " senza episodi specifici che giustificassero questo cambiamento di ruolo. Lui sorrise ma non rispose, tant'è che alla fine gli avvocati chiesero che fosse messo agli atti il sorriso di Scotti, perché quel sorriso significava "non posso parlare". Quello che sappiamo ad oggi è che al suo posto andò Nicola Mancino e viene da pensare che questo cambiamento avesse a che fare con la trattativa. Mancino ha sempre smentito e non esistono al momento prove che possano dimostrare il contrario. Quello che sembra evidente è che la trattiva trovò un consenso trasversale nella politica.In questi ultimi anni l'attenzione verso il reperimento di prove che dimostrerebbero la trattativa Mafia - Stato è stata diretta verso il famoso "papello", elenco scritto di contro richieste della mafia allo Stato. Ma è plausibile che funzionari dello Stato si fossero recati a parlare con un personaggio come Vito Ciancimino più volte, senza alcuna tutela? Penso all'uso di registratori... ad esempio. Potrebbero esserci altre prove di questa trattativa oltre al "papello"?Se fossi in chi conduce le indagini e fossi venuto a conoscenza di queste prove sarebbe di certo l'ultima cosa di cui parlerei sino a quando non fossero giunte in un' aula di tribunale. Credo comunque che il filone del "papello" avrà degli sviluppi importanti e non potrà essere licenziato rapidamente....Dopo 17 anni Sandro Ruotolo prepara una puntata per AnnoZero e riceve delle minacce. Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, partecipa ad una trasmissione di Rainews24 sulle stragi e subisce il furto della sua auto. A chi fa ancora paura questa verità?Stiamo parlando di forze trasversali ai partiti che hanno governato il Paese prima e continuano ad influenzarne l'andamento anche adesso. Negli anni le condizioni sono cambiate molto, potranno esserci degli sviluppi importanti ma i tempi della giustizia sono lunghi e complessi. Sarà difficile portare avanti questi processi ma oggi sembrano esserci le condizioni e se si riuscirà ad arrivare alla verità sarà il primo caso in Italia in cui saranno identificati i mandanti esterni di una strage.

martedì 15 settembre 2009

Il ricatto del federalismo

Pietro Orsatti (Terra, 15 settembre 2009)

Il palazzo che preoccupa ha riaperto i battenti da poche ore ma il clima è già rovente. Oggi o domani, ma la notizia è come al solito preceduta da un “forse”, il collaborante Massimo Ciancimino sarà di nuovo a Palermo in procura a elargire un suo pezzo di verità non tanto sugli anni terribili delle stragi e delle trattative, ma sui misteri dei tesori scomparsi e poi ritrovati (solo in minima parte) in carico al padre del testimone, l’ex sindaco Vito, e sugli intrecci fra politica e criminalità di ieri e di oggi.
«Per quello che riguarda le stragi, ovviamente, non è competenza di Palermo ma di Caltanissetta», spiega il procuratore aggiunto Antonio Ingroia di rientro dopo un periodo di ferie nel suo ufficio. È evidente, però, che ci siano delle parti delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino che riguardano la trattativa fra pezzi dello Stato e mafia e dei molteplici intrecci emersi anche nel corso di vari processi ruotanti attorno Marcello Dell’Utri che potrebbero riguardare in qualche modo la procura di Palermo, ma le dichiarazioni del premier sembravano essere rivolte a tutt’altro capitolo. Un errore? O un messaggio? Non c’è un fascicolo a carico del premier in procura, questo è l’unico dato che emerge. Forse qualcosa di nuovo, in termini di ipotesi di indagine, c’è a Firenze, qualcos’altro a Milano, o ancora a Caltanissetta, ma a Palermo l’unica cosa aperta che possa riguardare lontanamente il presidente del Consiglio è rintracciabile nel processo di secondo grado a Marcello Dell’Utri, già condannato in primo a nove anni per associazione esterna, e alcune implicazioni relative a una compartecipazione in una società (la Co.Ge) insieme al generale dei e ex capo del Sismi Mori. E allora non si capisce perché l’attacco diretto, specifico, a Palermo da parte del premier. Un attacco preventivo, pesantissimo, che ha creato più di un malumore anche nel Pdl. Qui non si fa «archeologia», come goffamente ha dichiarato più di un esponente del Pdl. «Qui si parla di “piccioli”, società, intrecci attuali». E di Dell’Utri e del processo Mori Obinu. Due processi in corso, mica roba da archeologia fantapolitica. Sarebbero questi processi, in corso da anni, a suscitare le ire del premier?Oppure, come si mormora nei corridoi di un palazzo che da decenni è epicentro di periodiche crisi politico istituzionali giudiziarie, «stiamo assistendo al ricatto di Dell’Utri nei confronti di . È in difficoltà, ha paura che l’appello vada male, e questo è il suo modo di ricompattare gli amici più potenti». E quindi si mette il lavoro di una, e più, procura sotto attacco. «C’era da aspettarselo», si lascia sfuggire un funzionario della polizia giudiziaria. «Qui di cose ne sono successe dopo le stragi – prosegue il rappresentante delle forze dell’ordine -. Le faccio una domanda: lei quante azioni da parti del nucleo investigativo dei Carabinieri e dei ha visto nei confronti di Provenzano dopo la mancata cattura ai tempi del colonello Riccio? Io francamente non me ne ricordo una. Faccia lei le dovute conclusioni». Si parla della testimonianza, e della morte, di un collaboratore, Luigi Ilardo, vice del capo mafia di Caltanissetta “Piddu” Madonia che nel 1995 era in grado di far catturare a Mezzojuso Bernardo Provenzano nel corso di un summit di capi mafia, ma che (questa l’accusa del processo a parte dei siciliani dell’epoca) per un inspiegabile non intervento degli uomini del generale Mario Mori non andò in porto. «C’erano dei processi letteralmente scomparsi dall’attenzione pubblica come quello a Dell’Utri e l’altro a Mori – cerca di interpretare Ingroia -. Menomale oggi qualcosa di questi processi inizia e riemergere verso l’opinione pubblica. E forse questa rinnovata attenzione sta provocando, e provocherà, reazioni». E attacchi attraverso alcuni organi di stampa, come Il Giornale e Libero, che hanno letteralmente messo alla graticola proprio Antonio Ingroia e un altro pm di Palermo, Roberto Scarpinato, per la loro presenza come ascoltatori alla presentazione del nuovo quotidiano Il Fatto. Roba d’altri tempi, si direbbe. O forse no