venerdì 27 novembre 2009

''non attacchi ma verita' giudiziarie''

26 novembre 2009
Giovanna Maggiani Chelli
Associazione Tra I Familiari delle Vittime di Via dei Georgofili

Ci permettiamo con tutto rispetto di ricordare al Ministro Calderoli, che il Magistrato Gabriele Chelazzi è morto di fatica cercando la verità sulle stragi... ...del 1993, che non è assolutamente vero che solo ora a 16 anni di distanza nel 2009, si cerca di dare alle vittime una giustizia completa. Con grande fatica da parte dei Magistrati e con grande sollecitazione da parte nostra durante questi 16 anni, si è cercato di arrivare in fondo ad una partita grave per la democrazia di questo Paese.Ci domandiamo cosa pensavano i Ministri di questa Repubblica, mentre chiedevamo continuamente giustizia se oggi pensano che è tardi per averla?Le stragi non cadono mai in prescrizione e se nel corso degli anni, su sollecitazione anche dei familiari delle vittime che vogliono seppellire i loro morti che non hanno pace, le Procure lavorano, ben venga il loro lavoro.Siamo totalmente schierati dalla parte del procuratore Nazionale Antimafia, sappiamo bene quale fu il rischio del magistrato oggi PNA di questa Repubblica, quando Giovanni Brusca voleva ucciderlo. 
Bene vangano i pentimenti, le collaborazioni con la giustizia da parte di soggetti che sanno cosa avvenne in Italia nel 1993, altrimenti per noi sarebbe persa ogni speranza. Sono i nostri figli Signor Ministro che sono morti, e non abbiamo bisogno di sentire attacchi così indegni verso un Magistrato come Pietro Grasso, ma di verità giudiziarie.
Cordiali saluti

martedì 17 novembre 2009

Sui beni confiscati alla mafia

da Il Fatto Quotidiano del 17 novembre 2009
di Stefano Caselli

Nell’anatomia mafiosa, i punti più sensibili sono sicuramente le tasche. Toccarle infastidisce non poco. È non è un caso che tra i punti del supposto papello, l’elenco delle richieste di Cosa nostra alla base della trattativa con lo Stato per porre fine alla stagione delle stragi dei primi anni 90, figuri in bella evidenza l’abolizione della legge Rognoni-La Torre del 1982. Quel testo, che introduce nell’ordinamento il reato di associazione mafiosa, stabilisce anche l’istituto del sequestro dei beni alle persone indiziate, qualora esista una sproporzione evidente con il reddito dichiarato, fino alla confisca, nel caso in cui l’interessato non sia in grado di dimostrare la provenienza lecita di tale bene. La legge 109 del 1996, che consente l’utilizzo a fini sociali dei beni confiscati alle mafie, ha creato – dalle cooperative di Libera Terra (il marchio che contraddistingue i prodotti biologici coltivati e lavorati sui terreni sottratti alle organizzazioni mafiose) fino alla casa del Jazz di Roma – centinaia di piccoli e grandi capolavori che alle tasche delle mafie hanno fatto molto male. L’emendamento alla Finanziaria approvato dal Senato (che impone la vendita dei beni confiscati in caso di mancata assegnazione entro 90 giorni) ha un deciso sapore di anestetico per quelle tasche, pronte ad alleggerirsi senza grossi problemi per tornare in possesso del “bentolto”. “Nessuna semplificazione – dichiara Luigi Ciotti, presidente di Libera – ma questo emendamento è l’ennesimo segnale che qualcosa non va. Da una parte, oltre al grande lavoro ogni giorno portato avanti da magistratura e forze dell’ordine, assistiamo ad affermazioni di principio di grande valore (e ci sono apprezzabilissime norme di contrasto alla criminalità organizzata anche in questa Finanziaria), dall’altra registriamo piccoli e grandi sbriciolamenti dell’attività di contrasto alle mafie: lo scudo fiscale, la questione delle intercettazioni, il mancato scioglimento del comune di Fondi, prima vera prova di una normativa più aspra contro le infiltrazioni mafiose nelle amministrazioni pubbliche, e – infine – questo pessimo emendamento”. “Nessuno nega che ci possano essere eccezioni - prosegue don Ciotti - , ma il principio della legge va salvaguardato, perché il fine principale del riutilizzo a scopo sociale dei beni confiscati è, prima di tutto, l’accompagnamento delle vittime della mafia e dei testimoni di giustizia”. “Fino ad oggi – racconta Davide Pati di Libera – i beni immobili confiscati alla criminalità organizzata sono quasi novemila. Oltre la metà già destinati a Stato e comuni per essere restituiti alla cittadinanza sotto varie forme, una piccola parte (313) sono usciti dalla gestione del Demanio per revoca della confisca. Ne rimangono oltre tremila ancora da assegnare”. E su questi – e ovviamente su tutti i casi futuri – cadrebbe la scure dell’emendamento del governo, se la Camera confermerà quanto deciso in Senato: “Non esistono stime precise – ancora Davide – ma, riguardo ai beni già assegnati, posso dichiarare che nel novanta per cento dei casi (se non di più) sono sempre trascorsi ben più di novanta giorni tra la data della confisca e quella dell’assegnazione”. In pratica la legge 109 rischia il totale disinnesco. E nel dimenticatoio del Parlamento giace il testo di un’altra Finanziaria: “Quella del 2006 – ricorda Luigi Ciotti – prevedeva il riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati ai corrotti”. Una norma di cui si sono perse le tracce da oltre tre anni.

venerdì 23 ottobre 2009

"CONTROMAFIE" SFIDA IL GOVERNO:NON CI SIAMO

DA OGGI A ROMA

di Stefano Caselli


Non è un papello, di quelli che – per usare le parole di Paolo Borsellino pronunciate poco prima di morire – puzzano “di compromesso morale, di indifferenza, contiguità”. È un Manifesto “dal fresco profumo di libertà”. Esiste dal 2006, magari conservato in qualche cassetto a Montecitorio. È il primo Manifesto finale di Contromafie ovvero “Gli stati generali dell’Antimafia”, che a Roma – da oggi fino a domenica – celebra la sua 2/a edizione. Un elenco di 20 punti che – oltre ad orientamenti per le centinaia di associazioni che lavorano per allontanare l’Italia dalle metastasi mafiose – contiene precise richieste alla politica, perché lo Stato assuma “la lotta alle mafie come priorità nazionale”. Il Manifesto finì nelle mani di Prodi e Bertinotti; e sembra un secolo fa. Che fine hanno fatto quelle proposte? A che punto è la lotta alle mafie in Italia? “Pur tra mille difficoltà – dichiara Luigi Ciotti, presidente di Libera – non è mai venuto meno l’impegno di magistratura e forze dell’ordine, come dimostrano i numeri dei boss arrestati e dei beni confiscati. Alcune delle richieste formulate nel 2006 sono state recepite, penso all’impegno in favore dei testimoni di giustizia”. Ma le note positive terminano qua: “Basta confrontare – prosegue Ciotti – l’elenco delle proposte con la realtà di oggi per affermare che non ci siamo. Chiedevamo l’introduzione nel codice penale del delitto contro l’ambiente che non è stata ancora approvata, mentre le ecomafie fanno affari d’oro, come dimostra l’affondamento della navi ad opera della ‘ndrangheta. Auspicavamo una nuova legge antidroga e osserviamo l’esplosione del consumo di cocaina, droghe sintetiche e il ritorno dell’eroina. Raccomandavamo una rete di sostegno per le vittime della tratta e ci troviamo di fronte al respingimento di chi fugge e al reato di immigrazione clandestina. Proponevamo norme contro il riciclaggio ed è stata decisa l’ennesima sanatoria per il rientro dei capitali esportati illecitamente”. Più drastico Giuseppe Lumia, ex presidente della Commissione Antimafia: “Si è fatto molto poco in questi tre anni, ci sono cose che la politica continua ostinatamente a respingere”. Gli stati generali dell’Antimafia si aprono all’Auditorium di Roma con il saluto di Napolitano e si concluderanno con un secondo Manifesto. “Il messaggio di Contromafie – dichiara Lorenzo Frigerio, coordinatore dell’evento – è che non basta ribadire una volontà di contrasto al potere mafioso, vanno anche indicate le strade da seguire perché i favori diventino diritti e le illegalità siano vinte dalla legge”.

giovedì 15 ottobre 2009

Ingroia: "Verità a un passo. Ma non tutti la vogliono"




Alessandra Ziniti (da La Repubblica, 15 ottobre 2009)

PALERMO - Ad un passo dalla verità sulla stagione delle stragi negli anni Novanta e ad un passo dal "papello", la prova di quella trattativa tra Stato e Cosa nostra della quale, un mese dopo la strage di Capaci, Paolo Borsellino sarebbe venuto a conoscenza, accelerando così probabilmente la sua morte.
Sono ore decisive per i magistrati di Palermo e Caltanissetta che hanno riaperto le indagini sugli attentati del '92 e sulla trattativa e che ieri pomeriggio hanno interrogato negli uffici romani della Dia l'ex capo degli Affari penali del ministero di Grazia e giustizia Liliana Ferraro. Sarebbe stata proprio lei ad informare Paolo Borsellino di quell'iniziativa di Don Vito Ciancimino, pronto - per il tramite dei vertici dei carabinieri del Ros - ad intavolare una trattativa per chiudere la stagione stragista in cambio di una serie di iniziative legislative a favore di Cosa nostra. Circostanza che la Ferraro avrebbe ieri confermato al procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, al procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e al sostituto Domenico Gozzo arricchendo di particolari il ricordo consegnato ad "Anno zero" dall'allora Guardasigilli Claudio Martelli. E proprio Martelli stamattina sarà chiamato dagli stessi pm a riferire le circostanze ricordate a 17 anni di distanza e smentite nei giorni scorsi dall'ex capitano del Ros Giuseppe De Donno che ha negato di aver mai parlato con la Ferraro dell'iniziativa di Ciancimino.
Bocche cucite dei pm al termine dell'interrogatorio della Ferrario, ma poche ore prima a Firenze, al Forum nazionale contro la mafia, il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia aveva affermato di essere "nell'anticamera della verità, vicini quindi a capire cosa avvenne prima e durante l'epoca stragista voluta da Cosa nostra, se ci furono - e soprattutto tra chi - contatti tra i boss e lo Stato. Come nella stagione 1996-1998. E come allora il clima politico cambia, diventa difficile. Non tutta l'Italia vuol sapere la verità".
I magistrati sarebbero anche ad un passo dal famoso "papello", l'elenco di richieste avanzate da Totò Riina ai rappresentanti dello Stato che il figlio di Don Vito, Massimo Ciancimino, ha promesso di consegnare. "Una serie di risultanze - ha detto Ingroia - ci fanno credere che il "papello" esiste. Sapremo presto se riusciremo a venirne in possesso. Se si dovesse trovare questo sarebbe la prova tangibile che la trattativa fra mafia e Stato non solo è esistita ma anche iniziata". I verbali delle audizioni rese nel '93 da coloro che nella stagione delle stragi erano ai vertici delle istituzioni, da Martelli all'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, verranno riletti dai pm alla luce delle nuove circostanze riferite solo ora. "Quello che è unico in questi mesi - ha detto Ingroia - è che per una serie di coincidenze un fascio di luce ha fatto sì che tra i protagonisti istituzionali di quella stagione ciascuno ha messo a fuoco ricordi evidentemente messi da parte. Ed è importante utilizzare i nuovi ricordi, togliere le ombre gettate sulla verità dai tanti "non ricordo" - dice Ingroia - . Il "papello" metterà un punto fermo: e sarà l'inizio, e non la fine, delle indagini".

mercoledì 14 ottobre 2009

Quel dialogo fra Cosa nostra e lo Stato

Norma Ferrara (liberainformazione.org, 12 ottobre 2009)

Solo pochi giorni fa ai microfoni di "Annozero" Claudio Martelli, Ministro della Giustizia negli anni delle stragi, racconta: Borsellino sapeva della trattativa. Dice di essere stato illuminato dalle parole di Massimo Ciancimino sul dialogo fra mafia e Stato e di aver cosi ricordato che l'allora direttore degli affari penali del Ministero, Liliana Ferraro, in occasione del trigesimo della strage di Capaci avrebbe avvertito Borsellino del contenuto di una visita ricevuta dal capitano De Donno. De Donno avrebbe riferito della disponibilità dell'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino ad aprire un canale di comunicazione con Cosa Nostra se avesse ricevuto una copertura politica. Nel gennaio del 1993 Salvatore Riina viene arrestato e il giornalista Maurizio Torrealta di Rainews 24 descrive attraverso il racconto del capitano Ultimo l'arresto del latitante numero uno di Cosa nostra. In quelle pagine non c'è traccia di questa trattativa fra mafia e Stato che portò anche all'arresto del boss corleonese. Nel 2002 Torrealta pubblica in un altro libro intitolato "La Trattativa" il resto di quel racconto. Lo abbiamo sentito per parlare con lui di questa inchiesta e della riapertura delle indagini sulle stragi di Capaci e via d'Amelio.
Dopo aver scritto dell'arresto di Riina lei pubblica nel 2002 "La Trattativa". Da quale spunto investigativo riparte la sua analisi di quel tragico biennio di stragi?Solo alcuni anni dopo l'intervista al capitano che arrestò Riina mi resi conto che le cose che mi aveva raccontato erano solo quelle che lui mi aveva voluto raccontare, quelle che aveva voluto vedere. E soprattutto mi resi conto di quello che mi aveva taciuto: la trattativa. Fu invece intorno alla seconda metà degli anni novanta che iniziai a leggere la sentenza del processo per la strage di via dei Gergofili, nella quale, senza alcuna ambiguità, si parlava di una trattativa portata avanti dal capitano De Donno e dal colonnello Mario Mori. I due violando i compiti cui erano preposti: quelli di contrastare cosa nostra, in quegli anni, incontrarono Ciancimino e provarono a trattare con Provenzano, non si sa per conto di chi. La trattativa avrebbe avuto successo solo se fosse stata tenuta segreta all'opinione pubblica e agli altri organi investigativi. Intorno a questa trattativa di cui noi conosciamo soltanto alcune fasi ci sono anche una serie di episodi molto strani. Non ultimi, ma questa è solo una mia opinione, la morte di Gabriele Chelazzi, Pm che stava seguendo le indagini sulla trattativa e l'apparente suicidio della direttrice del carcere di Sulmona, Armida Miserere. Il mio lavoro d'inchiesta cominciò quindi dalla lettura degli atti di Firenze ma anche dalla richiesta di archiviazione del magistrato Antonio Ingroia "Sistemi Criminali". L'inchiesta, nonostante fosse riportata in una richiesta di archiviazione, conteneva al suo interno elementi oggettivi di estremo interesse di cui non potevamo essere a conoscenza mentre accadevano.Quali elementi?Primo. Le stragi erano state annunciate, almeno un paio di volte. La prima volta da Elio Ciolini, un neofascista, già condannato per diffamazione che aveva inviato una lettera al giudice Leonardo Grassi, annunciando l'inizio di una stagione di stragi in Italia. Ciolini in questa e in una seconda arrivata dopo l'omicidio di Salvo Lima, precisa che queste decisioni erano state prese in alcune riunione tenutesi in Croazia. La strage di Capaci inoltre venne annunciata 48 ore prima da una piccola agenzia di stampa, Repubblica, vicina ai Servizi segreti. A scriverlo con ogni probabilità fu in un articolo Vittorio Sbardella, secondo uomo di fiducia di Andreotti, per annunciare che ci sarebbe stato un "botto" che avrebbe modificato l'andamento delle elezioni. Sbardella è interessante anche per le cose che scrisse dopo l'omicidio Lima intorno al cosiddetto "pericolo Golpe". Dopo l' arresto di Rina all'inizio del 93 seguirono una serie mai vista prima di episodi strani: attentati contro chiese e palazzi fiorentini e romani, fatti in luoghi di potere molto specifici, non quelle dei partiti ma luoghi simbolo del potere, delle istituzioni e della massoneria.Massoneria, poteri forti e equilibri politici internazionali fanno da sfondo al biennio stragista. Ma non solo. Nella sua inchiesta lei si occupa anche della nascita e del ruolo dei movimenti secessionisti nel Paese. Perché?Grazie ad un lavoro straordinario della Digos nel nostro Paese sono stati ricostruiti alcuni scenari all'epoca sconosciuti. All'inizio degli anni '90 nacquero diverse organizzazioni, una sorta di Leghe del sud. In una di queste comparivano persino Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, neofascista pluriindagato. Viene da pensare che ci fossero nuovi equilibri politici in bilico e ci fosse l'interesse di qualcuno oltre atlantico a creare più un' Europa delle regioni che delle nazioni. Questo progetto non si è poi sviluppato ma questa ricerca di nuovi equilibri è rimasta e la trattativa è poi avvenuta su un altro versante: quello della ricerca di una situazione politica che garantisse Cosa nostra, messa in difficoltà dal maxi processo. Siamo negli anni novanta infatti, le condizioni internazionali cambiano, è crollata l'Urss e il nemico comunista è stato sconfitto. In quel periodo Cosa nostra percepisce che le forze che avevano utilizzato gli enormi capitali di cui disponeva, per fini politici contro il comunismo, stavano per essere cancellate dal panorama politico, come dire: il loro ruolo terminava li. Così diventò importante attirare l'attenzione con azioni capaci di arrivare anche al di là dell'Atlantico per garantire la sopravvivenza di Cosa nostra.Quali gli elementi nuovi emersi dopo il 2002 data della pubblicazione de "La Trattativa", ad oggi?La strage di via d'Amelio è stata completamente riletta. Si è scoperto che le confessioni di un pentito sono state inquinate, fatte ad arte per sviare tutte le indagini mentre adesso ci sono nuovi collaboratori di giustizia cheraccontano come si è sviluppata questa strage, il coinvolgimento dei servizi segreti. Ma anche la trattativa. Per anni si era concentrata l'attezione sull'uomo di fiducia di Riina, il medico Antonino Cinà. Sembra che abbiano avuto un ruolo altri uomini politici già condannati per associazione mafiosa e senatori della Repubblica. Ci sono nuove indagini anche se devono emergere ancora elementi chiari e precisi tali da poter dire con certezza...Beh, un nome circola da mesi, da dichiarazioni di pentiti e in ultimo anche dalla voce di Massimo Ciancimino nell'ultima puntata di Annozero. Si tratterebbe di Marcello dell'Utri...Ciancimino può fare questo nome, noi dobbiamo attendere riscontri precisi.Prima ricordava della rilettura di Via d'Amelio... qual è stato il ruolo, se c'è stato, dei servizi segreti nelle stragi?Ci sono prove della loro presenza nella strage di Capaci ma soprattutto in quella di via d'Amelio, ovvero quella che sembra davvero inverosimile possa essere stata organizzata da Cosa Nostra. Per varie ragioni ma soprattutto perché avviene in un momento in cui sono in via d'approvazione pesanti leggi antimafia e non poteva esservi mossa più dannosa per Cosa nostra che alzare il tiro contro lo Stato. Su via d'Amelio ricordo personalmente le parole del pentito Salvatore Cancemi, quando gli chiesi di questa strage mi disse: "non parlo" e disse delle altre mezze frasi che lasciavano intendere era opera di "menti raffinatissime".I pentiti, siciliani, calabresi, pugliesi, parlano di quegli anni anche quando decidono di non spingersi oltre alcuni episodi. Quella che sembra rimanere in silenzio è la politica. Perché?A questo proposito cito un episodio significativo che riguardava l'allora Ministro Scotti, accaduto durante il processo per la strage di via dei Gergofili. Gli inquirenti chiesero al Ministro come mai "si fosse addormentato da Ministro degli interni e risvegliato Ministro degli esteri " senza episodi specifici che giustificassero questo cambiamento di ruolo. Lui sorrise ma non rispose, tant'è che alla fine gli avvocati chiesero che fosse messo agli atti il sorriso di Scotti, perché quel sorriso significava "non posso parlare". Quello che sappiamo ad oggi è che al suo posto andò Nicola Mancino e viene da pensare che questo cambiamento avesse a che fare con la trattativa. Mancino ha sempre smentito e non esistono al momento prove che possano dimostrare il contrario. Quello che sembra evidente è che la trattiva trovò un consenso trasversale nella politica.In questi ultimi anni l'attenzione verso il reperimento di prove che dimostrerebbero la trattativa Mafia - Stato è stata diretta verso il famoso "papello", elenco scritto di contro richieste della mafia allo Stato. Ma è plausibile che funzionari dello Stato si fossero recati a parlare con un personaggio come Vito Ciancimino più volte, senza alcuna tutela? Penso all'uso di registratori... ad esempio. Potrebbero esserci altre prove di questa trattativa oltre al "papello"?Se fossi in chi conduce le indagini e fossi venuto a conoscenza di queste prove sarebbe di certo l'ultima cosa di cui parlerei sino a quando non fossero giunte in un' aula di tribunale. Credo comunque che il filone del "papello" avrà degli sviluppi importanti e non potrà essere licenziato rapidamente....Dopo 17 anni Sandro Ruotolo prepara una puntata per AnnoZero e riceve delle minacce. Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, partecipa ad una trasmissione di Rainews24 sulle stragi e subisce il furto della sua auto. A chi fa ancora paura questa verità?Stiamo parlando di forze trasversali ai partiti che hanno governato il Paese prima e continuano ad influenzarne l'andamento anche adesso. Negli anni le condizioni sono cambiate molto, potranno esserci degli sviluppi importanti ma i tempi della giustizia sono lunghi e complessi. Sarà difficile portare avanti questi processi ma oggi sembrano esserci le condizioni e se si riuscirà ad arrivare alla verità sarà il primo caso in Italia in cui saranno identificati i mandanti esterni di una strage.

martedì 15 settembre 2009

Il ricatto del federalismo

Pietro Orsatti (Terra, 15 settembre 2009)

Il palazzo che preoccupa ha riaperto i battenti da poche ore ma il clima è già rovente. Oggi o domani, ma la notizia è come al solito preceduta da un “forse”, il collaborante Massimo Ciancimino sarà di nuovo a Palermo in procura a elargire un suo pezzo di verità non tanto sugli anni terribili delle stragi e delle trattative, ma sui misteri dei tesori scomparsi e poi ritrovati (solo in minima parte) in carico al padre del testimone, l’ex sindaco Vito, e sugli intrecci fra politica e criminalità di ieri e di oggi.
«Per quello che riguarda le stragi, ovviamente, non è competenza di Palermo ma di Caltanissetta», spiega il procuratore aggiunto Antonio Ingroia di rientro dopo un periodo di ferie nel suo ufficio. È evidente, però, che ci siano delle parti delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino che riguardano la trattativa fra pezzi dello Stato e mafia e dei molteplici intrecci emersi anche nel corso di vari processi ruotanti attorno Marcello Dell’Utri che potrebbero riguardare in qualche modo la procura di Palermo, ma le dichiarazioni del premier sembravano essere rivolte a tutt’altro capitolo. Un errore? O un messaggio? Non c’è un fascicolo a carico del premier in procura, questo è l’unico dato che emerge. Forse qualcosa di nuovo, in termini di ipotesi di indagine, c’è a Firenze, qualcos’altro a Milano, o ancora a Caltanissetta, ma a Palermo l’unica cosa aperta che possa riguardare lontanamente il presidente del Consiglio è rintracciabile nel processo di secondo grado a Marcello Dell’Utri, già condannato in primo a nove anni per associazione esterna, e alcune implicazioni relative a una compartecipazione in una società (la Co.Ge) insieme al generale dei e ex capo del Sismi Mori. E allora non si capisce perché l’attacco diretto, specifico, a Palermo da parte del premier. Un attacco preventivo, pesantissimo, che ha creato più di un malumore anche nel Pdl. Qui non si fa «archeologia», come goffamente ha dichiarato più di un esponente del Pdl. «Qui si parla di “piccioli”, società, intrecci attuali». E di Dell’Utri e del processo Mori Obinu. Due processi in corso, mica roba da archeologia fantapolitica. Sarebbero questi processi, in corso da anni, a suscitare le ire del premier?Oppure, come si mormora nei corridoi di un palazzo che da decenni è epicentro di periodiche crisi politico istituzionali giudiziarie, «stiamo assistendo al ricatto di Dell’Utri nei confronti di . È in difficoltà, ha paura che l’appello vada male, e questo è il suo modo di ricompattare gli amici più potenti». E quindi si mette il lavoro di una, e più, procura sotto attacco. «C’era da aspettarselo», si lascia sfuggire un funzionario della polizia giudiziaria. «Qui di cose ne sono successe dopo le stragi – prosegue il rappresentante delle forze dell’ordine -. Le faccio una domanda: lei quante azioni da parti del nucleo investigativo dei Carabinieri e dei ha visto nei confronti di Provenzano dopo la mancata cattura ai tempi del colonello Riccio? Io francamente non me ne ricordo una. Faccia lei le dovute conclusioni». Si parla della testimonianza, e della morte, di un collaboratore, Luigi Ilardo, vice del capo mafia di Caltanissetta “Piddu” Madonia che nel 1995 era in grado di far catturare a Mezzojuso Bernardo Provenzano nel corso di un summit di capi mafia, ma che (questa l’accusa del processo a parte dei siciliani dell’epoca) per un inspiegabile non intervento degli uomini del generale Mario Mori non andò in porto. «C’erano dei processi letteralmente scomparsi dall’attenzione pubblica come quello a Dell’Utri e l’altro a Mori – cerca di interpretare Ingroia -. Menomale oggi qualcosa di questi processi inizia e riemergere verso l’opinione pubblica. E forse questa rinnovata attenzione sta provocando, e provocherà, reazioni». E attacchi attraverso alcuni organi di stampa, come Il Giornale e Libero, che hanno letteralmente messo alla graticola proprio Antonio Ingroia e un altro pm di Palermo, Roberto Scarpinato, per la loro presenza come ascoltatori alla presentazione del nuovo quotidiano Il Fatto. Roba d’altri tempi, si direbbe. O forse no

martedì 8 settembre 2009

chi ha avuto avuto chi ha dato ha dato...

08-09-09
GIUSTIZIA: BERLUSCONI, PROCURE PALERMO E MILANO COSPIRANO CONTRO DI ME

(ASCA) - Milano, 8 set - ''So che ci sono fermenti nelle procure di Palermo e Milano che ricominciano a guardare a fatti del '92, '93 e '94. E' follia pura. Quello che mi fa male e' che gente cosi', con i soldi di tutti noi, faccia cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene comune del Paese''. Lo ha detto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, intervenendo alla cerimonia di inaugurazione del Salone del Tessile, Milano Unica.

Certo che ha ragione lui.... cosa vuoi che interessi a noi cittadini se dal '92 al '94 dei "servitori dello stato" sono morti, cosa vuoi che importi se degli innocenti sono stati vittime di stragi mafiose, cosa vuoi che importi se dietro queste stragi c'era chi sapeva all'interno di apparati dello Stata tutt'altro che deviati, anzi ben consapevoli. Perchè spendere del denaro pubblico che potrebbe essere meglio impiegato a pagare i debiti di Alitalia che lui ci ha regalato tanto magnanimamente per tenere alto il nome della compagnia di bandiera. Meno male che c'è Silvio che pensa al bene comune. Mi sento più tranquillo.

domenica 23 agosto 2009

Il megalomane e lo stratega. Progetti d'autunno


Redazionale di Antimafiaduemila - 19 agosto 2009

Se la lotta alla mafia non fosse una questione “terribilmente seria”, come diceva Giovanni Falcone, e se non avessero perso la vita “i nostri figli” come ricorda senza sosta Giovanna Maggiani Chelli nei suoi accorati comunicati in cerca di giustizia, si potrebbe perfino cedere alla tentazione di farsi una bella risata. Silvio Berlusconi, il nostro presidente del Consiglio, ahinoi, tra le tanti ragioni per cui probabilmente passerà comunque alla storia ha scelto proprio l’unica che poteva risparmiarsi: sconfiggere la mafia. E ammesso che non sia del tutto uscito di senno, c’è da scommettere che in questo suo freudiano outing si nasconda più di un motivo.Il primo è molto semplice: riportare la consapevolezza del fenomeno mafioso all’anno zero, facendo credere agli italiani ipnotizzati dai suoi effetti speciali che la mafia sia una questione di guardie e ladri, di criminalità spicciola che si risolve solo con l’esercito e le carceri. Ci aveva già provato Mussolini e forse qualche fascista nostalgico è rimasto convinto che il duce abbia sconfitto la mafia, salvo poi richiamare in fretta e furia Cesare Mori, il prefetto di ferro, quando era andato a ficcare il naso nel cuore del potere di Cosa Nostra: la politica e gli affari.Ecco qui il problema: Cosa Nostra, la mafia, ma anche le altre nostrane produzioni, ‘ndrangheta e Camorra, vivono da secoli per i loro legami a doppio filo con la politica, con l’imprenditoria e con alcuni pezzi delle istituzioni deviate e/o corrotte. “Il nodo è politico”, ripeteva sempre il povero Borsellino già sbiadito a un mese esatto dall’anniversario della strage di via d’Amelio. “Ibridi connubi tra criminalità organizzata, centri di potere occulto e settori devianti dello stato hanno la responsabilità di aver tentato persino di condizionare il libero svolgimento della democrazia e di aver ispirato crimini efferati”, diceva Giovanni Falcone, il grande amico di tutti, ricordato per ciò che fa comodo tranne per le sue accuse specifiche e taglienti.Il secondo possibile motivo, dicevamo, ci sarebbe probabilmente sfuggito se non fosse arrivato, sempre via stampa, un corposo indizio. Marcello Dell’Utri, braccio destro e sinistro di Berlusconi, già condannato a nove anni e mezzo di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, ha dichiarato di voler proporre, non appena ricominceranno le attività parlamentari, una commissione d’inchiesta sulle stragi del ’92. Insomma – ha spiegato al Riformista - si parla di trattativa tra stato e mafia ed è il caso di vederci chiaro. E siamo d’accordo! E’ ora di sapere chi assieme a Cosa Nostra ha assassinato Falcone, Borsellino, la dottoressa Morvillo e gli agenti delle loro scorte. Considerato però che tra i primi ad essere indagati come possibili mandanti esterni della strategia stragista sono stati proprio loro: Berlusconi e Dell’Utri, alfa e beta, le dichiarazioni di oggi 19 agosto 2009 suonano quanto meno inquietanti. E se il premier è noto per le sparate, il suo “mediatore con Cosa Nostra” è da prendere più sul serio. Un po’ come Riina e Provenzano, uno megalomane e l’altro stratega. Di colpo si svegliano e vogliono combattere la mafia, proprio adesso che stanno emergendo dichiarazioni e documenti che quella trattativa potrebbero dimostrarla, proprio adesso che si potrebbero scoprire le vere finalità di quel progetto di morte che ha cambiato i connotati politici e non solo alla nostra Repubblica. Chissà quante escort, canzonette, telenovelas, ballerine, eredità, divorzi, sexy e spy story bisognerà inventarsi per coprire quello che è il vero enorme scandalo italiano: il vincolo mafia, politica e imprenditoria che tiene sotto ricatto l’emancipazione democratica dell’Italia.
l'articolo contiene anche stralci delle motivazioni della sentenza che condanna Marcello Dell’Utri a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa e l’archiviazione di Berlusconi e Dell’ Utri come mandanti esterni delle stragi QUI il link per accedere all'articolo

mercoledì 5 agosto 2009

Sabella: ''Patto mafia-Stato? Potevamo scoprire tutto 10 anni fa''

di Nicola Biondo - 25 luglio 2009 (da l'Unità)





Il patto tra stato e mafia? Chi ha lavorato come me da magistrato in Sicilia lo ha visto nel corso degli anni. Si è estrinsecato in mille modi... Io ne sono stato una delle vittime». Alfonso Sabella, 46 anni, ex pm della Procura di Palermo negli anni ’90, ha arrestato decine di boss latitanti di Cosa nostra: da Giovanni Brusca a Leoluca Bagarella da Pietro Aglieri a Vito Vitale.Il cacciatore di mafiosi, il giudice-sbirro, come si autodefinisce, dal suo ufficio al tribunale di Roma segue con enorme interesse le indagini dei suoi colleghi siciliani. Con un rimpianto: «Tutto quello che sta avvenendo oggi potevamo scoprirlo 10 anni fa. Abbiamo perso un occasione ma sono fiducioso».
Dottor Sabella perché questo rimpianto?«Perché che ci fu una trattativa a cavallo delle stragi di Capaci e via D’Amelio lo avevano capito anche i sassi. Ma precise volontà che hanno creato un tappo alle indagini».Si riferisce al papello a quella lista che Riina secondo alcuni testimoni avrebbe inviato allo Stato?«Anche. Questa vicenda che adesso sembra una spy-story è fatta di sangue e trattative, di cui qualcuno dovrebbe sentire il peso morale».Si riferisce al generale Mori o all’ex ministro Mancino che solo oggi ammette che la mafia provò a trattare?«Posso solo dire che avviare una trattativa embrionale dopo la strage di Capaci con i corleonesi significava mandare automaticamente un messaggio: che il metodo stragista è pagante. Anche se mi rimane un dubbio. Mi sono sempre chiesto se uomini dello stato non abbiano avvicinato emissari della mafia subito dopo il delitto Lima, due mesi prima della strage di Capaci. Quella morte è davvero uno spartiacque. Quel delitto presuppone la fine di un patto e l’avvio di una trattativa».E arriviamo a Capaci.«A via D’Amelio. Perché vede Capaci ha di eclatante solo la modalità. Tutti i mafiosi dicono che nelle riunioni preparatorie si parlava di Falcone e di uccidere i politici che avevano tradito. Ma non parlano di Borsellino come di un obiettivo preciso. È la strage del 19 luglio ad essere completamente anomala. Apparentemente il peggior affare di Cosa nostra. Riina dai colloqui che Ciancimino intratteneva aveva capito che il sangue era il mezzo con il quale arrivare ad un patto. E per favore non si dica più che fu una vendetta perché il governo aveva emanato il 41bis. Quel decreto non aveva i numeri per poter essere convertito in legge. E invece con la strage cambia tutto e si apre il carcere duro per i mafiosi».Qual è la sua idea allora?«Brusca e altri ci dicono che la fissazione di Riina era ottenere la revisione del maxiprocesso che aveva condannato all’ergastolo proprio Riina. Dal carcere davanti ai giornalisti nel 1994 il boss dice: “Perchè quando esco che ho la moglie ancora giovane”. Borsellino non avrebbe mai accettato nulla del genere. Ma vorrei aggiungere una cosa».Prego.«Con le norme attuali oggi quel processo voluto fortissimamente da Falcone e Borsellino e pochi altri si risolverebbe in una pioggia di assoluzioni. Se si fosse arrivati alla revisione con le norme attuali Riina sarebbe stato assolto».Cosa pensa dell’uscita di Riina su fatto che la strage di via D’Amelio non è cosa sua?«Forse ha capito, o qualcuno gli ha suggerito, che questo è il momento di intorbidare le acque. Non ho mai avuto dubbi che la strage sia stata messa in piedi dagli uomini più fidati di Riina. Tutto si basa sul racconto di Scarantino ma chi lo ha indotto a mettersi in mezzo? L’ho interrogato a lungo. Non gli ho dato credito nemmeno quando si accusava di omicidi. Quella strage è ideata e attuata da uomini di Riina: i Graviano e i Madonia. E serviva ad alzare il prezzo della trattativa».Poi però Riina finisce nella rete.«Certo è il sacrificio umano che Provenzano compie. È lui che dopo via D’Amelio si intesta la trattativa ma su altre basi. Basta con il sangue – dice al popolo di cosa nostra - e non impedisce al Ros, che ha ricevuto la soffiata giusta da persone legate a lui, l’arresto del suo compare Riina».È anche strano che Di Maggio, quello che ha fisicamente indicato Riina al Ros dica che Provenzano è morto e quindi è inutile cercarlo.«Mi limito a rivelare che il RoS di Mori e Subranni dall’arresto di Riina in poi non fa più un’operazione degna di questo nome».Il nuovo patto si consolida con l’arresto di Riina?«È un passaggio fondamentale ma non è l’unico. Il primo aprile 1993 c’è una riunione di tutti i capi per decidere le stragi. Provenzano ha già fatto sapere che non le vuole in Sicilia e non partecipa. La risposta di Bagarella è chiara: perché il mio paesano non se ne va in giro con un cartello al collo e ci scrive pure che lui con le stragi non c’entra”….»Si dissocia insomma.«Ecco, la parola dissociazione va di pari passo con la trattativa. E intanto Provenzano conquista la leadership e macina ricchezza. Poi nel 1997 c’è un altro indizio di questo accordo».Quale?«Il fatto che il pentito Di Maggio, gestito dal Ros, scatena una guerra contro i suoi nemici utilizzando come manovalanza mafiosi che risultano essere confidenti dello stesso Ros. E parte la polemica contro la nostra procura e i pentiti perché Di Maggio è proprio quello che ha raccontato il famoso bacio di Riina ad Andreotti. E mentre noi indaghiamo su queste vicende la Procura di Caltanissetta affida in esclusiva allo stesso Ros di Mori le indagini sui mandanti esterni delle stragi».E anche qui c’è un filo che lega molte cose. E si arriva all’altro obiettivo della trattativa. Quale?«La dissociazione di cui il capo della procura di Caltanissetta Giovanni Tinebra, tra i tanti, è convinto assertore».Di cosa si tratta?«È una vecchia idea che viene suggerita a Provenzano. I mafiosi devono fare una dichiarazione in cui si arrendono ma non sono costretti a fare i nomi dei loro complici. In compenso escono dal 41 bis ed evitano qualche ergastolo».Chi e quando la propone?«Ne aveva parlato Ilardo per primo nel 1994. Poi nel 2000 otto boss fanno sapere che vogliono dissociarsi e chiedono un legge ad hoc. Io sono al Dap. Mi oppongo a questa soluzione e con me ci sono Caselli e il ministro di allora Fassino».E finisce li?«No, perché la cosa si ripropone di nuovo nel 2001 quando scopro che questa volta sono coinvolte tutte le mafie italiane a chiedere la dissociazione e che l’ambasciatore è salvatore Biondino legatissimo a Riina. Solo che stavolta pago la mia opposizione e il mio ufficio viene soppresso proprio da Tinebra che intanto aveva sostituito al Dap Caselli. Molto tempo dopo si scopre ed è tutt’ora oggetto di un’inchiesta della procura di Roma che il magistrato che Tinebra ha messo al mio posto al Dap collaborava proprio con il Sisde di Mori nella gestione definita anomala di alcuni detenuti e aspiranti collaboratori di giustizia».In che modo ha pagato?«Sono passato alla storia non come quello che ha arrestato Brusca e gli altri ma come il torturatore di Bolzaneto.... Questa macchia mi è rimasta e il Csm, guarda caso diretto da Mancino, occulta i documenti che provavano la mia estraneità ai fatti di Genova ed emette nei miei confronti un provvedimento infamante. E fa di più: quando mi lamento di tutto questo dal Csm viene comunicata all’Ansa la notizia che mi sarei candidato nelle liste di AN. Una falsità.Quando inizia a capire di stare pagando quel no alla trattativa?«Quando vengo a sapere che i servizi, con Pio Pompa legato alla Telecom, aprono un fascicolo su di me. Era parte di un operazione che coinvolgeva anche politici e altri colleghi. Ho chiesto di essere tutelato dal Csm. Ma sono stato lasciato solo».Lei dice di essere una vittima di questo patto che Provenzano avrebbe sottoscritto con uomini dello stato in cambio di una nuova pace e molto silenzio. Secondo lei si riusciranno a trovare delle prove?«Non credo che Provenzano abbia lasciato prove. Credo che ci siano responsabilità morali in questa storia e una serie di vicende ancora da chiarire. Ma una cosa la so: con la mafia non si tratta perché nel migliore dei casi, come il messaggio di Riina dimostra, ci si pone sotto ricatto».

Giustizia per l'omicidio Agostino, un'attesa lunga 20 anni

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di Lorenzo Baldo - 5 agosto 2009
(Da Antimafia duemila)

Palermo. Dal giorno dell'omicidio di Antonino Agostino suo padre, Vincenzo, non ha più tagliato la barba. Nel momento che avrà giustizia ha detto che lo farà. Ma non ora.
20 anni fa a Villagrazia di Carini (PA) Antonino Agostino, un agente del commissariato di polizia San Lorenzo a Palermo che collaborava con il SISMI, veniva assassinato insieme a sua moglie Ida Castellucci, incinta di pochi mesi. Da quel momento per Vincenzo e sua moglie Augusta iniziava una vera e propria via crucis. Mandanti ed esecutori di quel delitto non sono stati ancora individuati. Perfino i collaboratori di giustizia non hanno dato quel contributo necessario per fare luce su questo mistero.
Il pentito Oreste Pagano è praticamente l'unico che ha fornito alcune indicazioni: <>. Misteri su misteri, così come la collaborazione di Antonino Agostino con i Servizi segreti.
Inizialmente i Servizi hanno negato che l'agente Agostino avesse svolto servizio presso il SISMI, poi nel corso degli anni, una volta avuti i riscontri necessari e soprattutto dopo che i magistrati hanno alzato il livello delle indagini sull'omicidio Agostino, i vertici dei Servizi hanno posto il “Segreto di Stato”. Il classico e impenetrabile muro di gomma di italica memoria.
Il 30 maggio dello scorso anno le agenzie di stampa hanno rilanciato la notizia che un poliziotto in pensione, Guido Paolilli, era stato indagato nell'ambito dell'inchiesta per l'omicidio di Antonino Agostino e di Ida Castellucci. L'ex poliziotto, che attualmente vive a Montesilvano (PE), aveva a suo tempo indagato sul duplice omicidio. Ufficialmente Paolilli risultava “aggregato” da Pescara alla questura di Palermo per diversi periodi nel corso degli anni Ottanta.
Di fatto Paolilli è stato accusato dai Pm palermitani Antonino Di Matteo e Domenico Gozzo di favoreggiamento aggravato e continuato in quanto avrebbe depistato le indagini favorendo la mafia.
Un'iscrizione nel registro degli indagati scattata in seguito ad una conversazione intercettata a marzo dello stesso anno nella sua casa di Montesilvano. Quella sera il televisore di Paolilli era sintonizzato su Rai 1 e stava trasmettendo la testimonianza di Vincenzo Agostino che ricordava l’esistenza di un biglietto trovato nel portafogli del figlio: “Se mi succede qualcosa – era scritto in quel pezzo di carta – andate a cercare nell’armadio di casa”. Il figlio di Paolilli aveva chiesto al padre: <> e il padre gli aveva risposto: <>.
Vincenzo Agostino aveva successivamente raccontato che un giorno Guido Paolilli, che per altro era amico di suo figlio Nino, aveva insistito per venire insieme a lui e sua moglie al cimitero. “Incalzato dalle nostre domande sulle indagini – aveva raccontato ancora il padre dell'agente ucciso – disse che la scoperta della verità non avrebbe fatto piacere. Disse pure che avrebbe fatto il possibile per mostrarci sei fogli”.
Di questi fogli però non si è saputo più nulla. In una relazione di servizio diretta ai suoi superiori e redatta ai tempi delle prime indagini Paolilli avrebbe scritto che <>. Negli atti della Squadra Mobile però risultano solo due perquisizioni. E i misteri continuano. Paolilli era tra l'altro persona di fiducia di Bruno Contrada e a suo tempo aveva testimoniato in sua difesa nel processo a suo carico. Un dettaglio decisamente non trascurabile.
Già poche ore dopo il delitto del giovane poliziotto e di sua moglie, un compagno di pattuglia di Agostino aveva presentato una relazione di servizio alla squadra mobile narrando di una confidenza ricevuta: <>.
A distanza di 20 anni dall'omicidio Agostino sulle prime pagine dei giornali si torna a parlare di “faccia da mostro”, quell'agente segreto con il viso deformato, uno dei probabili protagonisti principali della “trattativa” mafia-Stato. “Io l'ho visto l'uomo dalla faccia di mostro che tutti cercano - ha ribadito Vincenzo Agostino – quell'uomo è venuto a casa mia, voleva mio figlio. Quel tizio non è soltanto implicato nei fatti di Capaci e di via D' Amelio, ha fatto la strage in casa mia, quella in cui sono morti mio figlio Nino, mia nuora e mia nipote”. “Due persone vennero a cercare mio figlio al villino – ha specificato il padre di Nino Agostino – accanto al cancello, su una moto, c'era un uomo biondo con la faccia butterata. Per me era faccia di mostro. Quello che adesso cercano. Sono episodi agli atti”. E come dentro un puzzle l'omicidio Agostino viene incastonato in questo mosaico impastato con il sangue di magistrati, uomini delle forze dell'ordine, giornalisti, cittadini comuni. Una storia “border-line” dove il confine mafia-Stato è sempre più labile. Un confine violato consapevolmente da entrambe le parti per reciproci interessi, mentre le indagini proseguono in una lotta contro il tempo.

* Per il 20° anniversario dell'omicidio di Antonino Agostino e di Ida Castellucci gli alunni del Circolo didattico “Sperone” di Palermo hanno realizzato il libretto “Antonino Agostino – Uno dei tanti eroi che la nostra bellissima e martoriata terra, la Sicilia, ha avuto” che verrà distribuito durante la commemorazione.

lunedì 3 agosto 2009

Antimafia a parole

Di Luigi De Magistris (da l'unità del 2 luglio 2009)

Il fatto di aver espletato per circa quindici anni le funzioni di Pubblico Ministero in territori caratterizzati da una radicata e forte presenza della criminalità organizzata mi pone come osservatore privilegiato tanto da poter giungere alla conclusione che solo una parte dello Stato intende effettivamente lottare contro le mafie.La mafia, dopo la stagione delle stragi politico-mafiose degli anni 1992-1993, ha deciso di adottare la strategia politico-criminale tipica della ’ndrangheta, ossia quella di evitare il conflitto armato con esponenti delle Istituzioni e di penetrare, invece, in modo capillare, nel tessuto economico-finanziario ed in quello politico-istituzionale.L’infiltrazione nell’economia e nella finanza è talmente diffusa in tutto il territorio nazionale che le mafie contribuiscono ormai, in buona parte, al prodotto interno lordo del nostro Paese tanto da far sì che non si possa più distinguere tra economia legale ed economia illegale. Le mafie hanno enormi capitali da investire che rappresentano il provento della gestione del traffico internazionale di droga. Il riciclaggio avviene nel settore immobiliare, nelle finanziarie, nelle banche, nell’edilizia, nel commercio all’ingrosso ed al minuto, nelle società di calcio, nelle società che si occupano di ambiente, nella sanità, nei lavori pubblici; insomma, dove c’è denaro, dove c’è business, le mafie sono interessate. E quando si controllano, illegalmente, settori nevralgici dell’economia nessun cittadino può dire che si tratta di problematiche a lui estranee, che non lo riguardano direttamente: difatti, se la criminalità organizzata controlla parte del ciclo dell’edilizia si comprende perché gli edifici si frantumano alla prima scossa di terremoto; se la criminalità organizzata gestisce i traffici di rifiuti tossico-nocivi si capisce perché in Italia c’è un’emergenza ambientale e sanitaria senza uguali nell’Unione Europea. La mafia, quindi, non è un problema solo di alcune regioni del Paese, non è un fatto per addetti ai lavori. E’ un’emergenza nazionale: criminale, politica, economica, sociale e culturale.Attraverso, poi, la gestione illegale della spesa pubblica, il controllo dei finanziamenti pubblici (anche dell’Unione Europea), le mafie, in questi ultimi 17 anni in particolar modo, sono penetrate, in modo articolato e pervasivo, nella politica e nelle Istituzioni. Quando si riesce a controllare parte significativa della spesa pubblica - e mi riferisco soprattutto, in questo caso, alle regioni del Sud Italia, ma non solo - si condizionano appalti e sub-appalti in tutti i settori (ambiente, sanità, infrastrutture, informatica, formazione professionale, ecc.), si decide a chi affidare opere e lavori, quali progetti debbono essere approvati, si condiziona il mercato del lavoro decidendo insieme - criminalità organizzata, politica ed imprenditoria collusa - quali persone assumere ed alla fine si condiziona pesantemente la democrazia attraverso il voto di scambio che trova linfa con il vincolo delle appartenenze.È nella gestione illegale della spesa pubblica, soprattutto attraverso la creazione di una miriade di società miste pubblico-private, che si realizzano anche le nuove forme di corruzione: non ci sono più, infatti, le valigette dei tempi di Chiesa e Poggiolini, ma le consulenze, i progetti, i posti nelle compagini delle società miste, le assunzioni, gli incarichi. E’ anche qui che avviene l’intreccio criminale tra controllori e controllati, è in questi segmenti che si radica il rapporto collusivo tra criminalità organizzata e pezzi delle Istituzioni: politici - che hanno realizzato anche le nuove modalità di finanziamento illecito dei partiti - funzionari e dirigenti di enti pubblici, magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine e dei servizi segreti. Spesso il collante di questi segmenti deviati - non residuali, purtroppo - delle Istituzioni sono centri di potere molto influenti: logge massoniche coperte, lobby, comitati d’affari, club di servizi, strutture talvolta con ampie radici nel mondo ecclesiastico. Di fronte ad un cancro di tali dimensioni la lotta alle mafie a 360 gradi viene svolta da irriducibili: taluni magistrati ed appartenenti alle forze dell’ordine, singoli politici, esponenti della società civile. Siamo ancora troppo pochi e sotto assedio dei poteri forti e di quelli criminali. Lo Stato, nel suo complesso, invece, si accontenta del contrasto solo ad un certo «livello» di mafia: le estorsioni, il traffico di droga, gli omicidi. Quando si affronta, invece, il nodo fondamentale - quello che rappresenta la linfa vitale del sistema mafioso - i rapporti mafia-politica, mafia-economia e mafia-istituzioni, si rimane isolati: non è più lo Stato che agisce, ma servitori dello Stato.E’ su questi temi che la storia d’Italia ha conosciuto la stagione degli omicidi politico-mafiosi, è su tali intrecci criminali che si stanno consolidando quelle che si possono chiamare le morti professionali di servitori dello Stato da parte di articolazioni dello Stato stesso: si tratta delle tecniche raffinatissime di neutralizzazione dei servitori dello Stato scomodi, ingombranti, deviati ed antropologicamente diversi per il sistema mafioso. Quello che è più grave è che tali nuove strategie - per nulla estemporanee - avvengono nel silenzio e, in taluni casi, anche con il contributo di chi dovrebbe essere tra i principali alleati di coloro i quali contrastano - non con chiacchiere o passerelle politico-istituzionali - le forme più pericolose ed insidiose delle mafie: quella dei colletti bianchi del terzo millennio.Ed è su questi temi che ho trovato importanti le immediate prese di posizione congiunte, con riferimento alla lotta alle mafie, al Parlamento Europeo - nelle prime riunioni - tra parlamentari di Italia dei Valori e Partito democratico. Ed è per questo che tutte le forze democratiche del Paese debbono vigilare affinché le indagini in corso presso le Procure di Palermo e di Caltanissetta non subiscano interferenze che possono provenire non solo dalla politica, ma anche dall’interno dello stesso ordine giudiziario: non posso non ricordare che, in epoca assai recente, indagini giudiziarie molto rilevanti proprio sulla criminalità organizzata dei colletti bianchi non sono state fermate dalla mano militare dei Riina e Provenzano di ultima generazione ma dalla carta bollata del Consiglio Superiore della Magistratura che ha trovato convergenze parallele con la politica ed i poteri forti.P.s. Consiglio di leggere - a proposito di mafia e magistratura - l’intervento di Paolo Borsellino al convegno organizzato da Micromega a Palermo dopo la strage di Capaci.

sabato 1 agosto 2009

Mafia e servizi, il Copasir chiede gli atti sull'omicidio Borsellino.

di Claudia Fusani (da l'unità 31 luglio 2009)
Questa volta, pare, si fa sul serio. E il capitolo torbido dei rapporti tra Cosa Nostra e servizi segreti dovrebbe essere, finalmente, attaccato nello stesso tempo e da un doppio fronte: quello inquirente, delle procure di Caltanissetta e Palermo che hanno riaperto i fascoli di indagine sulle stragi di Capaci e via D’Amelio; e quello politico. Se la Commissione Antimafia, presidente Beppe Pisanu (pdl) ha già deliberato l’inchiesta parlamentare avvalendosi degli stessi poteri della magistratura, ieri il presidente del Copasir Francesco Rutelli ha annunciato di aver già parlato con il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e di aver dato «massima disponibilità di collaborazione a Pisanu». Scambio di informazioniSignifica che tutto quello che sarà richiesto tanto dalle procure che dalla Commissione parlamentare antimafia e che ha a che fare con l’intelligence sarà messo a disposizione. Certo, sempre che gli 007 offrano la stessa collaborazione. Che nel frattempo non spariscano indizi e riscontri importanti. O non scatti il segreto di stato. Il filone mafia e servizi è il nuovo capitolo delle inchieste in questa calda e piena di colpi di scena estate siciliana. I pm Ingroia e Di Matteo a Palermo hanno già fatto alcune richieste, direttamente ad Aisi (soprattutto) ed Aise e Dis, per sapere nomi e cognomi e l’impiego di alcuni agenti «a partire dal 1989», ben tre anni prima l’estate delle bombe contro i giudici. Lari e il pool di Caltanissetta - Gozzo, Bertone, Marino e Luciani - sono sulle tracce di un certo «signor Franco» e di un misterioso agente segreto con la faccia deforme. Un dossier di Antimafia Duemila mette in fila, dallo sbarco degli americani in Sicilia fino a oggi, tutte «le partecipazioni della mafia ad alcune delle vicende tragiche e ancora oscure che hanno scosso da sempre gli equilibri interni del nostro paese». Qualcuno ha anche chiamato Cosa Nostra «la Gladio siciliana». Falcone intervistato proprio dall’Unità dopo il fallito attentato all’Addaura, parlò di «menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia». Cominciano proprio all’Addaura certi misteri che oggi hanno fatto riaprire i fascicoli di indagine per interpellare dirattamente i servizi. Il 21 giugno 1989 cinquantotto candelotti di dinamite furono lasciati sugli scogli davanti alla villa dove Falcone trascorreva, e assai pochi lo sapevano, il tempo libero. Non esplosero e, purtroppo, l’artificiere Tumino li fece brillare cancellando ogni possibile indizio. Qui, per la prima volta, viene avvistato l’uomo con il volto sfigurato, una presenza quasi costante in molti fatti di mafia di quegli anni. Il pentito Fontana, famiglia dell’Acquasanta (dove si trova l’Addaura) racconta a verbale che quel giorno mentre i mafiosi sorvegliavano la zona, fu visto un gommone avvicinarsi agli scogli con la borsa piena di candelotti. Un testimone casuale, piccolo delinquente di zona, Paolo Gaeta, fu ucciso poco dopo. Storia archiviata, un regolamento di conti.L’uomo con «la faccia brutta» viene avvistato anche un paio di mesi dopo quando ammazzano il poliziotto Nino Agostino, cacciatore di latitanti. Omicidio senza colpevoli. Il padre poi raccontò che «poco prima dell’omicidio vennero a casa mia due colleghi di Nino, uno aveva una faccia orribile». Il 19 marzo 1990 viene trovato strangolato Emanuele Piazza,anche lui poliziotto, anche lui cacciatore di latitanti collaboratore però del Sisde. Luigi Ilardo, un confidente dei carabinieri ucciso nel 1996, disse che «quei candelotti erano stati messi dai servizi segreti». L’uomo con la faccia brutta compare anche accanto a don Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo, il contatto con i corleonesi, l’uomo della trattativa, vera o presunta, con lo stato. Lo racconta adesso ai magistrati il figlio Massimo, nell’ultimo periodo assai prodigo di annunci e rivelazioni. Parla di un certo «signor Franco» e anche di un certo «Carlo», «l’uomo che garantiva mio padre che dietro la trattativa avviata con gli ufficiali dei carabinieri c’era un personaggio politico». Poi ci sono tutti gli intrecci telefonici tra mafiosi e utenze del Sisde che il consulente Gioacchino Genchi (sentito dai pm nisseni il 16 aprile scorso) riscontra nelle indagini sulla strage Borsellino. Infine Bruno Contrada, l’ex numero 1 del Sisde a Palermo, condannato per mafia. Gli indizi sono tanti. Vanno saputi leggere tutti insieme. Poteva accadere prima. Accadrà adesso?

mercoledì 29 luglio 2009

Addio Tenebra, ripartono le indagini

di Benny Calasanzio

Ci sono voluti 17 anni, la testa di un sostituto procuratore come Luca Tescaroli e l’arrivo di un nuovo procuratore capo a Caltanissetta per far riaprire le vecchie indagini e farne decollare di nuove sulle stragi del 1992 ed in particolare su quella che coinvolse il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Eddie Walter Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina, Agostino Catalano e Vincenzo Li Muli. Il Consiglio Superiore della Magistratura, caduto in un evidente errore di valutazione, forse tradito dal viso angelico e rassicurante di Sergio Lari, lo aveva nominato procuratore capo di Caltanissetta nel dicembre del 2007. Salvatore Borsellino, il giorno dopo la nomina, aveva commentato, sottovoce, con pochi intimi: «questa volta è quella buona. Lari è una persone in gamba, per bene e determinato ad andare fino in fondo». Previsione mai fu più azzeccata. In meno di due anni, assieme agli aggiunti Domenico Gozzo e Amadeo Burtone, e ai sostituti Nicolò Marino e Stefano Lucanici, Lari è riuscito a riaprire le vecchie indagini e ad avviarne di nuove che si candidano seriamente a fornire risposte sconvolgenti sulla morte dei due giudici, che pare essere stata, quantomeno, favorita dagli apparati deviati dello Stato, ammesso che in quel periodo ce ne fossero di retti. La notizia che, nell’indagine sui presunti depistaggi orditi durante le investigazioni sulla strage di Via d’Amelio, sarebbero stati iscritti nel registro degli indagati uomini dei servizi segreti e addirittura poliziotti del gruppo investigativo «Falcone Borsellino», dimostra di che pasta è fatto il pool peraltro già preso di mira da alcuni corvi: buon segno. Dopo le nuove dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, ora anche Salvatore Candura sta tornando indietro, dicendo di essere stato convinto a mentire e ad accusarsi della paternità del furto dell’auto poi bomba proprio dal gruppo di poliziotti, che avrebbero agito per chiudere in fretta le indagini e il dibattimento. Dichiarazioni così pesanti da mettere in discussione tre gradi di giudizio bollati anche dalla Cassazione. Molti lo pensano, pochi lo dicono, ma il leit-motiv che gira è: bisognava aspettare che Giovanni Tinebra, ex Procuratore a Caltanissetta, fosse mandato, durante il governo Berlusconi 2001, a dirigere il Dipartimento amministrazione penitenziaria, che tra le altre cose si occupa dello svolgimento dei compiti inerenti all'esecuzione della misura cautelare della custodia in carcere (compresa l’attuazione del 41 bis), delle pene e delle misure di sicurezza detentive, delle misure alternative alla detenzione, per far ripartire le indagini a Caltanissetta? La risposta stai nei fatti che non necessitano di commenti. Lo stesso Tinebra che scrisse e chiese di firmare al giudice Tescaroli un provvedimento di archiviazione, nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri, nell’indagine sui mandanti occulti, completamente assolutorio. Provvedimento che naturalmente Tescaroli, giunto con le sue indagini a tutt’altra convinzione, non firmò, preferendo mantenere la «sua» durissima archiviazione che gli costò una probabile croce sulla carriera. A tirare in ballo Tinebra nell’ultimo periodo è anche il magistrato Alfonso Sabella, affidabile cacciatore di mafiosi. In un intervista all’Unità, Sabella solleva inquietanti interrogativi su Tinebra, per sbaglio o per dolo chiamato dai più Tenebra, in particolare riguardo la pratica adottata dai mafiosi di «dissociarsi» da cosa nostra, cioè di pentirsi singolarmente per usufruire di una minima parte di benefici ma di non fare nomi. Tinebra a Caltanissetta ne era un agguerrito difensore, un atteggiamento che certo non si addice a chi vorrebbe sfruttare i collaboratori di giustizia per scardinare i clan e per penetrare nei rapporti mafia politica. Quando Sabella si oppone alla dissociazione di Biondino, legatissimo a Riina, il suo ufficio viene soppresso proprio da Tinebra che intanto aveva sostituito al Dap Caselli. «Molto tempo dopo si scopre ed è tutt’ora oggetto di un’inchiesta della procura di Roma che il magistrato che Tinebra ha messo al mio posto al Dap collaborava proprio con il Sisde di Mori nella gestione definita anomala di alcuni detenuti e aspiranti collaboratori di giustizia» ha spiegato Sabella. Un quadro fin troppo chiaro che a distanza di anni fa rimpiangere il lavoro di Luca Tescaroli: se non ci fosse stato Tenebra forse oggi qualcosa sarebbe diverso, anche in politica, probabilmente. Ora che Tenebra non c’è più, e che con lui anche le nebbie sulle responsabilità esterne a cosa nostra si stanno diradando, vedremo cosa accadrà. Intanto a Palermo i sostituti Ingroia e Di Matteo stanno facendo un lavoro magistrale sul figlio di don Vito Ciancimino; inchiesta che va di pari passo con le indagini di Caltanissetta. Quello che tutti ci chiediamo è: cacceranno prima Ingroia e Di Matteo o Lari e il suo pool? Le scommesse serviranno a pagare il vitalizio dei primi eliminati.

martedì 28 luglio 2009

Caso De Magistris: Luigi Apicella lascia la Magistratura. "L' ANM mi ha lasciato solo".


Addita le responsabilità dell’Anm che “non ha lanciato nessun allarme” e punta il dito contro le istituzioni, il giornalismo e la politica "che parimenti non hanno lanciato alcun allarme sui gravissimi fatti compiuti da magistrati (quelli di Catanzaro) per corruzione in atti giudiziari e falso che avevano, tra l'altro, tolto con procedure illegittime al magistrato inquirente (l'ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris ora parlamentare europeo), la trattazione di due gravissimi procedimenti penali". Con queste parole, affidate ad una lettera inviata al capo dello Stato e al ministro della Giustizia, l’ex procuratore di Salerno Luigi Apicella si è dimesso poche ore fa dalla magistratura. Una rinuncia all’incarico "con effetto immediato ad essere trattenuto in servizio fino al settantacinquesimo anno di età".Apicella, che per oltre 45 anni ha svolto l’attività di magistrato “con lealtà, abnegazione, trasparenza e libero di condizionamenti nel rispetto delle leggi per assicurare la giustizia ai cittadini", come lui stesso ha spiegato, ha ricordato l’”eccezionale impegno profuso dai magistrati della Procura della Repubblica di Salerno sotto la mia direzione anche in complesse indagini di criminalità organizzata di stampo camorristico, in maxi inchieste per reati contro la Pubblica Amministrazione". Un impegno "che ha ricevuto costantemente conforto nelle competenti sedi di giudizi anche di legittimità". Così come era accaduto per l’ordinanza del Tribunale del Riesame di Salerno che aveva giudicato perfettamente legittimo il discusso decreto di sequestro probatorio emesso lo scorso dicembre nell’ambito del cosiddetto “Caso de Magistris”. Al quale era seguito il controsequestro della procura di Catanzaro all’origine di quella che giornalisticamente, in modo totalmente errato e strumentale, era stata definita “guerra tra procure”."Questi eccellenti risultati – ha proseguito Apicella nella sua lettera - apprezzati anche dal procuratore nazionale Antimafia, dalle istituzioni, dalla stampa e dai cittadini, non hanno evitato che mi venisse inflitta una sanzione che inclina la mia fiducia nella giustizia. Non è questa la sede per discutere dei provvedimenti assunti dai miei colleghi di ufficio e da me, né per dolermi delle decisioni assunte nei nostri confronti, dei quali ciascuno rende conto innanzitutto alla propria coscienza umana e professionale, ma che comunque forniscono un quadro dell'attuale stato della giustizia in Italia. Tuttavia dalla valutazione dell'intera vicenda non posso non rilevare come non ci sia stato alcun allarme da parte del magistrati dell'Anm, né delle istituzioni, né del giornalismo, né della politica; né all'epoca dell'esecuzione dei sequestri; né in questi ultimi otto mesi su gravissimi fatti ampiamente ricostruiti e documentati nelle oltre 1.400 pagine 'dell'incriminato provvedimento di sequestro". Apicella ha ancora sottolineato di non potersi meravigliare “di come non vi sia stato allarme da parte dell'Anm e delle istituzioni sulla circostanza che alcuni di questi magistrati hanno continuato a trattare e gestire dopo il 2 dicembre 2008 coi procedimenti penali. Né posso non dolermi sull'adozione nei miei confronti di una sanzione così grave (sospensione dalle funzioni e dallo stipendio), pur non essendo indagato di gravi reati, come corruzione e falso, ma essendomi prodigato come dovevo per le funzioni esercitate per verificare la commissione di questi gravi delitti". "Sereno per aver sempre compiuto il mio dovere – ha concluso - nonostante le difficoltà incontrate come in questo caso, orgoglioso per aver ispirato ed assicurato nei cittadini fiducia nella giustizia, così come testimoniato da tanti messaggi, ma deluso dal silenzio dell'Associazione Nazionale Magistrati e dalle istituzioni su fatti allarmanti e dal trattamento ricevuto dopo essermi impegnato per accertare tali fatti, ritengo di esprimere la mia profonda amarezza lasciando la magistratura".La decisione dell’ex procuratore di Salerno è stata commentata dallo stesso Luigi de Magistris, già pm a Catanzaro e ora parlamentare europeo, che ha definito le dimissioni di Apicella un grande successo per la criminalità organizzata “grazie al contributo di questo Consiglio Superiore della Magistratura”. La decisione del magistrato, ha spiegato il deputato dell’Idv, arriva dopo che questi “era stato fermato dal CSM in quanto indagava, insieme ad altri magistrati, sui poteri forti e sulla masso-mafia presente anche in magistratura”. In Europa, ha concluso, “porteremo anche la vergogna di un CSM piegato a logiche di potere inaccettabili”.

martedì 21 luglio 2009

"lo hanno ammazzato loro"

Dal blog
http://verraungiorno.blogspot.com/
di Federico Elmetti

Innanzitutto i miei più vivi complimenti a David Parenzo, giornalista di Telelombardia e conduttore ieri sera di una memorabile puntata di Iceberg, intitolata "Mafia: le verità nascoste". Presenti in studio il figlio di Vito Ciancimino, l'avvocato Gaetano Pecorella, Nando Dalla Chiesa, Gianluigi Nuzzi di Panorama, autore di "Vaticano S.P.A." e in collegamento da Roma Luigi Li Gotti e Giuseppe lo Bianco, autore de "L'agenda rossa di Paolo Borsellino". Ne è emersa una discussione pacata e profonda tra personaggi competenti che ha sviscerato senza alcuna titubanza e in un colpo solo tutti quegli argomenti rigorosamente tabù che sono accuratamente evitati dalla televisione nazionale pubblica e privata.Si è parlato in piena libertà della trattativa tra stato e mafia a cavallo delle stragi di Capaci e Via D'Amelio, si è parlato del ruolo dei servizi segreti, si è parlato del Castel Utveggio da cui probabilmente è stato azionato il comando che ha fatto saltare in aria Borsellino e la sua scorta, si è parlato di infiltrazioni mafiose nella politica, si è parlato di Salvo Lima e Ignazio Salvo esponenti mafiosi della corrente andreottiana in Sicilia, si è parlato di pezzi deviati dello stato, si è parlato della copertura offerta alla latitanza di Provenzano, del ruolo poco chiaro dei Ros, del generale Mori e del colonnello Obinu, si è parlato dell'agenda rossa, del capitano dei carabinieri Arcangioli con la borsa in mano e dell'indagine archiviata, si è parlato di Nicola Mancino e del suo incontro del 1 luglio con Paolo Borsellino, si è parlato delle confessioni di Brusca e Mutolo, si è parlato degli intrecci pericolosi tra mafia e Vaticano, del ruolo dello Ior nel riciclaggio di denaro sporco, della protezione offerta dal Vaticano a Vito Ciancimino, dei conti segreti cifrati di Andreotti, si è parlato dei banchieri di Dio, Calvi e Sindona, si è parlato dell'omicidio Ambrosoli, si è parlato dell'arcivescovo Marcinkus, si è parlato perfino dei memoriali del pentito Vincenzo Calcara diffusi sul suo sito da Salvatore Borsellino.Mi verrebbe da dire: Parenzo è impazzito. Come mai, tutto d'un colpo, una piccola emittente privata (in realtà, nemmeno troppo piccola) trova la forza di affrontare argomenti che in tutti questi anni sono sempre stati appositamente nascosti dai media di massa? Sfido chiunque si cibi solo di televisione a dirsi al corrente anche solo di uno dei temi sopra citati. Solo la rete e alcuni libri di inchiesta contengono informazioni in proposito. Per chi già conosceva i fatti deve essere stata una bella boccata d'ossigeno di informazione libera. Per chi ne era all'oscuro, una bella doccia ghiacciata da far rabbrividire. Ancora complimenti vivissimi.Il punto è che, per la prima volta dopo diciassette lunghissimi anni, qualcosa sembra smuoversi. Quelli che erano stati solo sospetti cominciano ad assumere contorni ben definiti. Le denunce lanciate dai soliti noti, gli eroi dell'antimafia militante, tacciati di protagonismo e di "complottismo acuto", cominciano a risultare assolutamente credibili e a poggiare su basi ben solide. Una concomitanza di avvenimenti ha cominciato a smuovere le acque, anzi la melma che ricopre quei lontani mesi del '92-'93 che alcuni vorrebbero subdolamente dimenticare e relegare all'oblio.E' successo che a Caltanissetta si è insediato come procuratore generale Sergio Lari e come per incanto sono ripartite le indagini sulle stragi, insabbiate e abbandonate da tempo. E' successo che da qualche mese si è messo a cantare Massimo Ciancimino, il figlioccio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, che parla della trattativa tra mafia e stato mediata da suo padre, facendo nomi e cognomi. E' successo che da qualche mese è in corso il processo a carico del generale Mori e del colonnello Obinu, indicati come coloro che materialmente portarono avanti la trattativa tra Riina e lo stato e sono accusati di aver coperto la latitanza di Bernardo Provenzano. E' successo che da qualche mese ha iniziato a parlare un nuovo pentito, Gaspare Spatuzza, che, ribaltando le verità processuali confermate dalla Cassazione, si autoaccusa e dice di aver rubato lui (e non Vincenzo Scarantino) la macchina riempita di tritolo con cui si è sventrato il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. Succede che Spatuzza è ritenuto assolutamente attendibile dai magistrati (Ingroia e Di Matteo) che lo stanno ascoltando e quindi si profila la revisione di tutti i processi che avevano messo una pietra sopra la strage di Via D'Amelio (Borsellino uno, bis e ter). Succede che Totò Riina, dopo sedici anni e mezzo dalla cattura, torna a parlare in via ufficiale facendo pervenire ai giornali un messaggio inquietante per tramite del suo avvocato Luca Cianferoni: "L'hanno ammazzato loro". Dove per "lo" si intende Paolo Borsellino e per "loro" si intende lo Stato.E lo fa il giorno della diciassettesima commemorazione della strage di Via d'Amelio.Basterebbe quest'ultima (evidentemente voluta) coincidenza per far tremare i polsi e far capire come si stia giocando, nel silenzio totale dell'informazione nazionale, una partita delicatissima tra mafia e istituzioni, in un rincorrersi di confessioni, minacce, intimidazioni, smentite di facciata, messaggi più o meno criptici, ora che la verità sulle stragi di quegli anni sembra quanto mai vicina. Una verità che rischierebbe di stravolgere dalle fondamenta lo stato democratico in cui viviamo e che per questo fa una paura tremenda.Sarebbe curioso se, come la Prima Repubblica crollò sotto l'inchiesta di Mani Pulite e la Seconda nacque nel sangue delle stragi, così quest'ultima crollasse sotto le indagini su quelle stesse stragi e desse il via ad una Terza Repubblica, quella che sognava Paolo Borsellino, ripulita del "puzzo del compromesso morale" e delle stantie collusioni mafiose. Una specie di legge universale del contrappasso.Ciò che crea sconcerto sono le reazioni del mondo istituzionale ad un tale susseguirsi di avvenimenti e dichiarazioni.Partiamo dalla manifestazione di tre giorni indetta da Salvatore Borsellino e dal comitato cittadino 19luglio1992 tenutasi a Palermo dal 18 al 20 luglio. Sono giunte centinaia di persone da tutta Italia. Persone comuni della società civile, che si sono pagate di tasca propria il biglietto dell'areo, del treno o del pullman per essere presenti di persona in Via D'Amelio, armate solo di una simbolica agenda rossa e di tanta tanta rabbia. Hanno percorso sotto il sole feroce di un luglio siciliano i quattro chilometri in salita che congiungono Via D'Amelio al Castel Utveggio che domina Palermo. Hanno presidato per ore via D'Amelio ascoltando ed applaudendo gli interventi di Salvatore e Rita Borsellino, Luigi De Magistris, Giulio Cavalli, Gioacchino Genchi e tanti altri ragazzi provenienti da varie regioni d'Italia. Hanno appeso striscioni, hanno camminato in processione, hanno vegliato sul teatro della strage. Il tutto da soli. Lasciati incredibilmente soli. Traditi perfino dalle cosiddette associazioni antimafia, che hanno preferito disertare l'appello di Salvatore e commemorare (chissà perchè: forse per invidie meschine, forse per concorrenza) in altre sedi e in altri luoghi. Traditi dai Palermitani che, come ha denunciato dal palco Salvatore, hanno preferito andare al mare, tradendo quella promessa fatta diciassette anni prima, quando cacciarono a calci dalla cattedrale di Palermo i rappresentanti delle istituzioni presenti ai funerali del fratello.Ma soprattutto è stata sconcertante l'assenza dello Stato. Ed è stata una vittoria grandiosa di Salvatore. Nessuno uomo politico ha osato avvicinarsi quest'anno, ed è la prima volta da diciassette anni a questa parte, all'ulivo piantato in Via D'Amelio "per celebrare i loro riti di morte e assicurarsi che Paolo sia veramente defunto". Non ha osato metterci piede il ministro della giustizia Angelino Alfano, forse ricordandosi di essere stato sorpreso a presenziare al matrimonio della figlia del boss mafioso Santacroce: ha mandato solo un messaggio. Non ha osato metterci piede il presidente del senato Renato Schifani, forse ricordandosi di aver messo su una società con il noto mafioso Nino Mandalà e aver fatto parte del consiglio comunale di Villabate sciolto due volte per infiltrazioni mafiose: ha mandato solo un messaggio. Ma non ha osato metterci piede nemmeno il capo dello stato Giorgio Napolitano. Eppure lui non aveva scuse: ha mandato solo un messaggio. Per la prima volta nemmeno una corona di fori è stata posta in via D'Amelio. "Le corone di fiori andate a metterle sulle tombe dei vostri eroi", così recitava uno striscione legato ad una lapide posticcia di Vittorio Mangano.Non per niente però Napolitano ha prontamente commentato le esternazioni di Totò Riina e ha liquidato il tutto con una battuta: "Le rivelazioni rese note nei giorni scorsi a proposito di una pista che porterebbe al coinvolgimento di apparati dello Stato nelle stragi di mafia del 1992 in cui persero la vita, fra gli altri, i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sono più o meno senzazionalistiche e provengono da soggetti, diciamo così, piuttosto discutibili". Io non so se il nostro presidente della repubblica si rende conto che "queste rivelazioni sensazionalistiche" sono state confermate dai principali procuratori che stanno in questi giorni indagando sulle stragi. Di trattativa tra stato e mafia e di interessi collimanti tra Cosa Nostra e pezzi delle istituzioni nelle stragi del '92 hanno parlato esplicitamente sia Antonio Ingoria, procuratore a Palermo, che Sergio Lari, procuratore a Caltanissetta. Ma soprattutto esiste una sentenza col timbro della Cassazione, relativa al processo Borsellino Bis, in cui si parla chiaramente di "mandanti occulti ed esterni a Cosa Nostra", su cui ancora non si è riusciti a far luce. Napolitano sembra ignorare tutto questo. Ma non è una sorpresa. Il 13 dicembre 2008, con beata impudenza, ebbe già a dichiarare che "non esistono nè fascicoli segreti nè misteri al Viminale".A che gioco sta giocando Napolitano? Chi sta cercando di coprire?Probabilmente sta cercando di coprire il suo vice, Nicola Mancino, vicepresidente del CSM. Un altro che farebbe meglio a tacere piuttosto che perdersi in ridicole quanto patetiche giustificazioni. Esiste un pentito, Gaspare Mutolo, che racconta come Paolo Borsellino, che lo stava interrogando il 1 luglio del 1992, ricevette una chiamata dal ministro Nicola Mancino. Esiste un testimone oculare, l'allora procuratore di Palermo Antonio Aliquò, che accompagnò Borsellino fin sulla porta del Viminale. Ma soprattutto esiste l'agenda grigia dello stesso Paolo Borsellino su cui è segnata distintamente l'ora esatta dell'incontro col ministro: ore 19:30. Quell'incontro è lo snodo fondamentale di tutta la vicenda. In quell'incontro, verosimilmente venne prospettata a Borsellino la possibilità di scendere a patti con Cosa Nostra per fermare le stragi. Il suo ovvio rifiuto avrebbe coinciso con la sua condanna a morte.Mancino non ricorda quell'incontro, ma mai l'ha negato. Si è sempre nascosto dietro risibili giustificazioni: "non sapevo che faccia avesse Borsellino", "era il mio primo giorno di insediamento al Viminale", "perchè dovrei nascondere l'incontro?", "cosa ci saremmo dovuti dire?" e via dicendo. Ripeto: più adduce simili motivazioni, più la sua posizione appare a dir poco opaca. Allo stesso modo, fino a poco tempo fa, aveva sempre negato categoricamente che fosse esistita una trattativa con la mafia. Il 16 gennaio 2009 così dichiarava: "Escludo in maniera netta e categorica che lo Stato abbia trattato con esponenti della mafia. Ignoro le 'assunte trattative' che comunque avrei fermamente osteggiato, tra gli uomini del Ros e il signor Ciancimino tese a far accantonare da parte della mafia l'offensiva contro lo Stato". Per la serie: io non c'ero e, se c'ero, dormivo. Oggi, a distanza di pochi mesi, Mancino invece conferma che la trattativa c'è stata e il governo ha detto immediatamente no: "Noi l'abbiamo sempre respinta. L'abbiamo respinta anche come semplice ipotesi di alleggerimento dello scontro con lo Stato portato avanti dalla mafia".E' confortante vedere che, piano piano, incalzato dalle scoperte delle varie procure d'Italia, Mancino recuperi un po' della sua memoria e lasci trapelare cose di cui, si capisce, sa molto di più di quanto vorrebbe far credere. Tra un po', molto probabilmente, Mancino verrà chiamato da una delle quattro procure che stanno indagando ancora sulle stragi (Palermo, Caltanissetta, Roma e Firenze) come persona informata sui fatti e a quel punto dovrà parlare, non potrà continuare a cincischiare. Massimo Ciancimino l'ha tirato in ballo esplicitamente come terminale istituzionale della trattativa. Riina l'ha tirato in ballo, chiedendo come facesse a sapere della sua cattura quattro giorni prima dell'arresto. Mutolo l'ha tirato in ballo, come abbiamo visto.Una cosa è certa, ormai. La trattativa c'è stata, è iniziata prima della strage di Via D'Amelio ed è continuata almeno fino alla cattura di Riina (15 gennaio 1993). Fino a prova contraria, Mancino, per tutto quel lasso di tempo, è stato il ministro dell'interno. Vuole davvero farci credere che il generale Mori, incaricato di trattare con Riina per tramite di Vito Ciancimino, operasse all'insaputa del Ministero dell'Interno? E, se davvero è così, per conto di chi e di quali pezzi deviati dello Stato operava Mori?I casi sono due: o Mancino mente spudoratamente ed è quindi colluso, o dice la verità ed è quindi un allegro sprovveduto che non dovrebbe ricoprire incarichi tanto delicati. In entrambi i casi, avrebbe solo una cosa da fare: dimettersi dal Csm e dire tutto quello che sa.Le rivelazioni di Massimo Ciancimino sono delle bombe a orologeria pronte a scoppiare. C'è solo da attendere chi innesterà la miccia. A partire dalle parole che il padre gli rivolse il giorno della strage di Via D'Amelio per annunciargli la morte di Paolo Borsellino. Disse Vito Ciancimino: "Mi sento un po' responsabile".Ecco, io non vorrei che tra un po', a pronunciare quelle esatte parole, siano uomini che ora siedono nei piani più alti della nostra disgraziata repubblica.

venerdì 10 luglio 2009

Processo Dell'Utri: Il Pg chiede di sentire Massimo Ciancimino

di Lorenzo Baldo - 10 luglio 2009Palermo.

La lettera ritrovata qualche giorno fa tra le carte “dimenticate” del processo contro Massimo Ciancimino, il figlio del più noto Vito, potrebbe essere acquisita al processo d’appello a carico del senatore Marcello Dell’Utri.
Già condannato, in primo grado, a nove anni di reclusione con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.Il testo della missiva scritta a mano, incompleta perché strappata nella parte superiore, potrebbe “dimostrare la continuità dei rapporti intercorsi tra l’imputato Dell’Utri e Cosa Nostra siciliana”, come ha dichiarato in aula, questa mattina, il procuratore generale Antonino Gatto. Che nel corso dell’udienza tenuta di fronte alla Corte presieduta da Claudio Dall’Acqua ha chiesto, oltre all’acquisizione del documento, la possibilità di sentire lo stesso Massimo Ciancimino.Mentre ha depositato due verbali di interrogatorio dello stesso Ciancimino Jr. risalenti agli scorsi 30 giugno e 1° luglio. Nei verbali si legge che la lettera fu ritirata da lui personalmente presso il villino di San Vito Lo Capo di Pino Lipari alla presenza di Bernardo Provenzano. E che era indirizzata al dottore Dell’Utri. Una volta presa la missiva, della quale dovrebbe aver conservato una copia integrale, Ciancimino la avrebbe consegnata al padre in carcere, che avrebbe dovuto fornire “la propria consulenza, il proprio parere”, spiega Gatto, “e farla avere ad una terza persona che egli non nomina”. In quanto al triste evento menzionato nel documento, il dichiarante ricorda bene che si sarebbe trattato dell’uccisione di un figlio di Berlusconi.Nella lettera si legge infatti: “… posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive”.La decisione della Corte in merito all’acquisizione arriverà soltanto dopo l’estate, e precisamente il 17 di settembre, cosa che farà slittare la requisitoria il cui inizio era previsto proprio per questa mattina.“Nel corso degli interrogatori verbalizzati il 30 giugno e il 1° luglio – ha spiegato Gatto – il dichiarante ha parzialmente modificato alcune sue dichiarazioni ed ha affermato: ‘E’ una cosa più grande di me’.”

venerdì 3 luglio 2009

Le carte sparite di Ciancimino confermano: Cosa Nostra minacciava Berlusconi

di Giorgio Bongiovanni e Silvia Cordella - 3 luglio 2009

“Parte di foglio A4 manoscritto contenente richieste all’on. Berlusconi di mettere a disposizione una delle sue reti televisive”. Pena, in caso di rifiuto, un “luttuoso evento”. Questa la frase contenuta in un foglio di carta trasmesso dai pm della Procura di Palermo alla Corte di Appello che sta processando Massimo Ciancimino, già condannato a 5 anni e 8 mesi per aver usato e riciclato i soldi provenienti dal tesoro occulto di suo padre. La missiva è stata depositata oggi alla Procura Generale, dopo quattro anni di ritardo, in seguito al suo recente ritrovamento da parte dell’ufficio del Pubblico Ministero (rappresentato dal sostituto Nino Di Matteo e dall’aggiunto Antonio Ingroia), che sta raccogliendo le nuove dichiarazioni di Massimo Ciancimino. Il foglietto infatti, contenente le richieste estorsive e le minacce a Berlusconi, strappato nella sua parte alta, era stato sequestrato durante la perquisizione dei carabinieri nel febbraio del 2005 nella casa del figlio più piccolo di don Vito, quattro mesi prima del suo arresto. Acquisito nel suo processo in abbreviato, il documento relativo alle minacce a Silvio Berlusconi, era poi finito in fondo a qualche cassetto, probabilmente deposto perché ritenuto irrilevante. Ora, sul contenuto della lettera ritrovata dai magistrati, Di Matteo e Ingroia hanno avviato subito un’indagine e una perizia calligrafica. Quest’ultima in particolare escluderebbe possa trattarsi di una lettera vergata da Vito e Massimo Ciancimino. Sembra invece, come riporta l’Ansa, che a scriverla “possa essere stato un uomo di fiducia di Totò Riina che lo avrebbe girato a Bernardo Provenzano, e a sua volta lo avrebbe fatto arrivare al suo amico fidato, Vito Ciancimino. Il quale avrebbe avuto il compito di far giungere l’ambasciata a persone che sarebbero state vicine a Berlusconi”. Se ciò fosse vero potremmo essere davanti al concreto indizio probatorio sul collegamento diretto tra Berlusconi e Cosa Nostra di cui parlavano i pentiti e al riscontro sulle conclusioni a cui era giunto il Gip Giovanbattista Tona nel decreto di archiviazione nei confronti di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri nell’inchiesta sulle stragi del ’92. Emergenze investigative che parlavano dei rapporti diretti tra la Fininvest e la mafia e tra Dell’Utri e con la stessa associazione criminale. Contatti che “il gruppo Fininvest, nella sua progressiva espansione nel settore televisivo”, avrebbe coltivato al fine di incorporare “tra l’aprile e il novembre del 1991 ben cinque società che avevano sede a Palermo”. Una circostanza che avrebbe reso “plausibile che "cosa nostra", ..... non rimanesse inerte dinanzi all’avanzare di una realtà imprenditoriale di quelle proporzioni, perlopiù facente capo ad un gruppo nel quale si muovevano soggetti già considerati facilmente avvicinabili in forza di pregressi rapporti”. Circostanze che, alla luce del documento sequestrato nel 2005 (che i periti datano 1991), assumono nuovo vigore investigativo ma che suscitano inquietanti perplessità circa la sottovalutazione o la dimenticanza da parte degli addetti ai lavori di una prova dalle caratteristiche probatorie oggettivamente importanti. Documenti che si sarebbero dovuti depositare nel procedimento di secondo grado a carico di Ciancimino Junior. Un testimone di molte verità scomode di cui oggi si stanno occupando coraggiosamente due professionisti degni dei loro mentori Falcone e Borsellino, i pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia che siamo certi andranno fino in fondo.Per questo motivo e per la delicatezza di certe indagini ci auspichiamo che lo Stato non si tiri indietro e faccia tutto ciò che è necessario, oggi più che mai, per tutelare la vita di un testimone di giustizia del calibro di Massimo Ciancimino che concretamente sta collaborando a far luce su alcuni delicati capitoli oscuri della storia della nostra nazione a partire dalle stragi del biennio ’92 – ’93, fino ad arrivare ai rapporti tra mafia e politica e tra mafia e Istituzioni.